Aaronne Colagrossi.
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Avventure nel Mar Rosso.
Brothers Daedalus Elphinstone.
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2019. Aaronne Colagrossi.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Mar Rosso, la nostra imbarcazione salpa per una crociera subacquea, una vera avventura sotto il mare che ci porter in contatto con gli squali, le meravigliose creature degli oceani, minacciate anche in questi perigliosi lidi. Gli squali sono i predatori all'apice di questa catena alimentare tropicale, dove vivono migliaia di specie animali, che avremo modo di apprezzare. Queste lontane isole sono dimora anche di relitti e fari leggendari...
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L'AUTORE.
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Aaronne Colagrossi nasce a Campobasso nel 1980, ottiene nel 2006 la laurea in Scienze Geologiche presso l'Universit del Molise e nel 2009 la laurea in Geologia Applicata all'Ingegneria presso l'Universit "La Sapienza". Attivo nella scrittura dal 2010, dalle sue passioni per le scienze, i viaggi, la fotografia e la storia navale forgia un articolo scientifico sugli squali, quattro romanzi d'avventura sul mare e due reportage di viaggio, uno sulla Romania e uno sul Botswana. Inoltre lavora a nuovi progetti di scrittura.
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Avventure nel Mar Rosso.
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Dedicato al mio grande amico Marco Turt, istruttore e sub di grandissima esperienza, che per primo mi accompagn in questa fantastica avventura del mondo sommerso...
e in memoria dei miei nonni, i cui saggi consigli cerco di seguire, sempre...
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Prefazione.
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Nel 2013 indossai per la prima volta la mia attrezzatura subacquea per il fatidico esame Open: fu amore a prima vista, per cos dire. Ricordo che mi brevettai il giorno del mio trentatreesimo compleanno, era il 12 ottobre e, purtroppo, la stagione subacquea italiana volgeva al termine. Dovetti attendere alcuni mesi prima di poter indossare nuovamente una muta umida, vi lascio immaginare l'attesa. Il mondo marino mi affascina da bambino, quando guardavo i documentari di Cousteau con la faccia incollata allo schermo, sognando di diventare uno dei sommozzatori della nave Calypso. Come ben capirete, ci non  avvenuto, ahim, ma il desiderio  rimasto. La passione per il mare include gli squali, poich m'innamorai di queste meravigliose creature proprio guardando il film Lo Squalo all'et di tre anni. Penso di essere una delle poche persone al mondo a non essere stata terrorizzata da questi animali dopo la visione della pellicola, ma affascinata invece; naturalmente ne ero intimorito, ma volevo saperne di pi. Nel 2012 m'immersi in una gabbia con i grandi squali bianchi al largo del Sudafrica e quando si prospett questa seconda avventura del mare in Egitto, non me la lasciai scappare. Purtroppo proprio mentre scrivo queste righe, vengo a sapere che le isole Brothers, dove  ambientata una parte di quest'avventura sul mare, sono state chiuse alle immersioni subacquee, a causa di alcuni attacchi da parte dei famigerati squali oceanici a punte bianche "Carcharhinus longimanus" occorsi ai sub negli ultimi tempi, un anno dopo la nostra crociera. Spero che il sito riapra presto alla subacquea mondiale.
Aaronne Colagrossi Gennaio 2019.
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2016.
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Ogni avventura ha un inizio e questa inizi in Abruzzo, una sera, il 21 dicembre 2016, durante una grande cena dell'associazione subacquea di cui faccio parte: H20 Scuba Libre Dive. Me ne stavo tranquillo a chiacchierare d'immersioni subacquee con altri ragazzi, assaporando i miei deliziosi arrosticini, innaffiati da un buon vino rosso, quando il mio amico di vecchia data, nonch PADI Master Instructor, Marco Turt, si avvicin e si sedette con il suo bicchiere di vino bianco.
Amico mio, cominci, scartando il pacchetto di Marlboro, stiamo organizzando una crociera subacquea in Mar Rosso, fa una pausa, io lo osservo, vedremo gli squali martello.
S, ci sar. Lui ride a crepapelle, ed io aggiungo: Inseriscimi in lista.
Pensava scherzassi. Gli dissi che invece non stavo scherzando per niente.
Nove mesi dopo, nel settembre 2017, quasi fosse un parto vero e proprio, la partenza si avvicinava e l'eccitazione di tutto il gruppo saliva di giorno in giorno, di ora in ora, come una bomba pronta a esplodere.
Eravamo pronti per gli squali.
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2017.
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Il trillo diabolico della sveglia penetra nel mio timpano come un pugnale affilato tra le carni di un neonato. Guardo l'ora: le sei del mattino spaccate del 24 settembre 2017. Fuori  ancora buio, la citt di Pescara  immersa nel sonno. Non  un problema, m'infilo sotto la doccia calda e mi rigenero.
Quando scendo a fare colazione, nella sala principale del B&B, arredato in stile etnico, il cagnolino del padrone zampetta come un piccolo ragno giocoso sui miei jeans, lo ignoro. Esco alle sette e raggiungo Marco e il sub Enzo De Marco, sul retro del parcheggio, dove carico lo zaino e la borsa con l'attrezzatura subacquea nell'auto di Turt; il tatto della semplice borsa mi elettrizza, al solo pensiero dell'avventura nella quale mi sto per catapultare insieme ai miei compagni di viaggio. Marco aspira avide boccate dalla sigaretta; quando la getta via, vuol dire che siamo pronti. Partiamo a razzo (davvero) verso l'autostrada, per incontrarci con il resto del gruppo.
Direzione: Roma. Ci aspetta un aereo, anzi due; il primo diretto al Cairo e il secondo a Hurghada, una cittadina sulle coste egiziane del Mar Rosso. Nel porto ci imbarcheremo su un Motor Yacht, per raggiungere il cuore di quella distesa marina. Il regno dello squalo martello.
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ROMA.
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Il rendez vous con il resto della compagnia  al primo autogrill in autostrada, la Pescara - Roma. Ci attendono: Fabrizio De Luca, Gioele Cirone, Sigfrido Perfetto, Marianna Sansone ed Enzo Mucci (presidente di H20 Scuba Libre Dive).
Arriviamo in orario a Fiumicino, tuttavia l'immenso aeroporto mi ricorda il fumetto di Dylan Dog, Golconda, "dove l'anima sprofonda", recitava il demone; una vera Babele, insomma.
Imbarchiamo l'attrezzatura e pascoliamo nel Terminal, cercando di far passare il tempo tra chiacchiere, caff e sigarette. Il Boeing 737 Classe 800 ci attende alla fine del tunnel a forma di budello; dapprima si muore di caldo, ma poco dopo l'aria condizionata raggiunge temperature che raffredderebbero persino un cono vulcanico in eruzione.
Marianna ha stampato un report completo di tutte le immersioni della zona centrale del Mar Rosso e, a turno, leggiamo le pi importanti; io mi concentro in particolare su quelle inerenti le isole Brothers e quella di Daedalus Reef. Gli schemi spiegano molto bene le immersioni nel loro complesso, indicando anche tutte le specie di pesce pelagico che  possibile incontrare in determinati periodi dell'anno, nonch i mammiferi marini, ove sono stati rilevati.
La parola che mi balza immediatamente all'occhio  una sola: squali.
I predatori dei mari, gli squali martello, in particolare, li considero dei veri ambasciatori di un altro mondo.
Dopo il solito profluvio video sul comportamento da assumere in caso di emergenza, parte una voce araba negli altoparlanti:  una preghiera. Distinguo chiaramente la solita cantilena: La ilaha illa Allah wa-Muhammad rasul Allah. Ovvero: non vi  altro dio all'infuori di Allah e Maometto il suo profeta. Ci sorbiamo la preghiera con la voce da cartone animato. Il grande aereo della Egypt Air decolla rombando sulla pista italica, deviando verso sud non appena oltrepassa la linea di costa del Tirreno.
Mi tengo il cappello. Cristo: l'aereo  un congelatore, m'infilo anche la felpa. Non so come, ma Fabrizio guarda tranquillamente un video sulla Moto GP, forse lo avr scaricato prima.
Dopo un'ora e mezzo di volo, sento Marianna e Marco che ridono a crepapelle, gli chiedo perch.
Marianna dice: La signora qui dietro pensa che quella a sinistra sia la Sardegna.
Avrai capito male. Replico.
No no! Ho capito benissimo, ha detto pure che si vede la Corsica.
Seee... Buonanotte.
Sorvoliamo il Cairo, che assomiglia a una sorta d'immenso alveare giallo scuro nel bel mezzo del deserto: la citt  enorme, dal punto di vista dell'estensione, incredibile. I controlli passaporti nel grande aeroporto sono snervanti, a dir poco. Quando finalmente arriviamo a Hurghada, la sera, siamo molto stanchi, ma felici, perch le nostre borse, cariche di attrezzature subacquee, sono arrivate tutte intere.
La nostra guida, un romano sui cinquant'anni, Claudio, ci viene a prendere dinanzi l'entrata principale. Claudio  uno dei proprietari dell'imbarcazione Alpha Librae, un cabinato di ventotto metri interamente in legno, con due motori Caterpillar da 540 cavalli l'uno. Il nome della barca  un riferimento alla seconda stella della costellazione della Bilancia.
Carichiamo il piccolo pulmino all'inverosimile e partiamo nella calda notte araba, destinazione: il porto di Hurghada. Attraversiamo lunghe strade polverose e trafficate da dozzine e dozzine di macchine: il traffico egiziano mi ha sempre terrorizzato; poco dopo, infatti, uno scooter mezzo scassato tampona la macchina della polizia e i militari s'incazzano con l'incauto conducente.
La citt  enorme e nella notte appare come un grappolo di luci bianche, pallide e fredde, sembrano migliaia di microscopici UFO pronti a scendere sulla Terra.
Lungo la marina della cittadina alcuni di noi decidono di fermarsi per acquistare le famigerate compresse Dramenex da 50 mg per il mal di mare. Io non le conoscevo e chiedo a Marco.
Mai sentite queste compresse. Cos'hanno di speciale?
Marco replica un sorriso enigmatico. Sono molto pi efficaci della Xamamina, con il vantaggio di non farti dilatare le iridi. In Italia ne  vietata la vendita, per in genere le compriamo direttamente qui.
Capisco, allora le prendo pure io.
Il pulmino si ferma in un parcheggio polveroso, dove un sottile strato di sabbia gialla copre ogni cosa. La farmacia  illuminata a giorno nella notte secca. Entriamo in cinque, compreso Claudio, che ha bisogno di alcuni medicinali per la piccola farmacia di bordo, e chiediamo al medico informazioni riguardo al Dramenex.
Tutto finito. Replica l'arabo, in un inglese fortemente accentato.
Claudio ci rassicura: Non vi preoccupate, ne abbiamo anche a bordo, in caso di necessit.
Molto bene, risaliamo sul pulmino e riprendiamo la marcia verso il porto. Al cancello ci sono un paio di guardie dell'esercito egiziano, ci osservano torvi, con le loro torce e lasciano entrare finalmente il veicolo. La marina di Hurghada risplende sotto le luci multicolore dei locali e dei ristoranti.
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HURGHADA.
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L'Alpha Librae  ormeggiato in fila con le altre imbarcazioni; i ragazzi dell'equipaggio ci aiutano a scaricare le borse e noi saltiamo agilmente sulla passerella, per atterrare sulla larga plancia di poppa, dove sedici postazioni di bombole sono saldamente ancorate a formare un semicerchio. In pratica una volta montata l'attrezzatura, essa rimarr cos sino al termine della crociera, l'unica cosa da fare sar smontare il primo stadio dell'erogatore al termine di ogni immersione, in modo da permettere all'operatore di ricaricare tranquillamente la bombola con la tubazione di collegamento, posta esattamente dietro ogni postazione. Non  magnifico tutto questo? Sganciata l'attrezzatura, come fosse uno zaino, non dovremo fare altro che rilassarci sotto il sole con una bevanda fresca. Questa  la parte leggera dell'avventura.
Entriamo nel salone enorme, lungo una decina di metri, forse dodici, e largo quattro, con pavimentazione in legno chiaro, lucida e pulita; Claudio ci dice che  assolutamente vietato entrare con le scarpe e noi eseguiamo, rilassandoci al tatto dei nostri piedi con il legno caldo e delicato. Sia sul lato di dritta sia sul lato di sinistra del salone vi  una lunga serie di divanetti, al centro si trovano una serie di tavolini bassi su cui  possibile ricaricare le attrezzature elettroniche.
Un ragazzo si presenta come Ahmed e ci guida uno per uno alle nostre cabine, situate al ponte inferiore, cui si accede tramite una scaletta alta e stretta dal salone del ponte superiore. Condivido la cabina con Enzo De Marco; il bagno  piccolo, ma sembra funzionale e sotto il letto c' un ampio spazio, dove riporre le valige e le borse, il doppio armadio  molto ampio e anche l trovano posto parecchie cose.
Risaliamo nell'ampio salone, dove ci attende Claudio per farci un briefing completo sulla barca. In pratica ci spiega il funzionamento dei dispositivi di ricarica delle bombole, come sistemare le cinture della zavorra, le mute, le pinne, gli orari da rispettare per i pasti, l'utilizzo del bagno interno della cabina, cosa non  incluso nel prezzo, ecc. Insomma: bisogna seguire delle regole per permettere anche all'equipaggio di lavorare in armonia con quella che  la nostra piacevole vacanza.
Claudio ci spiega anche che, durante la navigazione costiera, c' a disposizione un modem con Wi-Fi che supporta un massimo di nove utenti, ne possiamo usufruire purch al termine della settimana di immersioni diamo una mancia all'equipaggio. Tuttavia la connessione sparir poco dopo l'allontanamento dalla costa: in genere il segnale si eclissa a circa cinque miglia. Claudio ci comunica anche che sar possibile chiamare in Italia, alle rispettive famiglie, utilizzando il telefono satellitare di bordo, posto in plancia di comando, gestita dal capitano, un ometto basso, con la pancia, i baffetti da mangusta e gli occhi attenti come quelli di un serpente.
Non rimane che rilassarci, con Marco e Sigfrido concordiamo per una bella birra fresca da consumare nel salottino poppiero, proprio sopra la piattaforma delle immersioni; in questo piccolo salotto vi  a disposizione anche un tavolino ampio a vari livelli, cinque poltroncine in vimini e una libreria con vani, dove  possibile riporre il materiale personale, o dove mettere in ricarica le attrezzature. Nel mio vano inserisco la maschera, la staffa metallica con la GoPro, la torcia e la fotocamera reflex, nella sua sacca da viaggio. Anche gli altri si uniscono e, dopo le bevande e le birre rinfrescanti, procediamo tutti a sistemare le nostre attrezzature, montando gi i nostri gruppi; la mattina dopo avremo un lavoro in meno da fare.
Sono le due del mattino quando mi stendo sulla branda e Morfeo mi regala un sonno senza sogni, cullato per dal dolce e armonioso moto di marea del Mar Rosso, che bacia le acque calde della cittadina egiziana.
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PRONTI A SALPARE.
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Alle otto siamo quasi tutti svegli, Ahmed prepara le due tavolate della colazione nel grande salone, prendendo le pietanze di cibo da una finestrella posta sul banco del buffet; quando si sposta, il cuoco appare con la sua camicia sudicia e il viso contornato da baffi grigi su un sorriso sdentato, l'uomo ci saluta cordialmente e ritorna nella sua caverna bollente per preparare altri piatti.
La colazione  molto buona, il salato sovrasta per bont il dolce.
Discutiamo un po' tutti se fare le immersioni in aria o in nitrox; per lo meno una parte di esse, o magari anche tutte con miscela arricchita, perch no!
La problematica  l'azoto.
Per la maggior parte l'aria  composta dal 79% di azoto e dal 21% da ossigeno. La miscela arricchita, che noi subacquei chiamiamo nitrox (da EAN, Enriched Air Nitrox), contiene una percentuale maggiore di ossigeno. Lo scopo non  quello di avere maggiore ossigeno, ma meno azoto. Con una miscela EANx 36 avremo il 36% di ossigeno e il 64% di azoto, rispetto al 79% originario. Dovendo fare tre immersioni al giorno per una settimana, l'utilizzo di bombole arricchite permetterebbe di aumentare innanzitutto il tempo di fondo totale a nostra disposizione, e poi di ridurre ogni necessit di spingerci ai limiti di non decompressione dell'aria e, infine, di ridurre il sovraccarico di azoto per le immersioni ripetitive.
Per fare un esempio pratico: un'immersione a diciotto metri in aria ha un limite di non decompressione pari a cinquantasei minuti. Utilizzando una miscela EANx 32, il tempo salirebbe a novantacinque minuti, quasi il doppio, insomma.
Tuttavia bisogna fare attenzione a una cosa, poich  vero che la miscela EAN riduce l'esposizione all'azoto, ma ne aumenta quella all'ossigeno, che presenta i suoi problemi; alcuni di essi possono essere anche molto pi pericolosi dell'azoto stesso. Difatti bisogna evitare di incorrere nella tossicit dell'ossigeno; eccedendo tale limite ci si pu esporre a convulsioni e annegamento, poich la tossicit andr a gravare sul sistema nervoso centrale. Tutto ci si traduce in profondit massime che non bisogna superare nella maniera pi assoluta. Maggiore sar la percentuale di ossigeno nella miscela che adopereremo, minore sar la profondit massima che non dovremo superare. Utilizzando una miscela al 32%, la profondit massima (con pressione parziale a 1,4), sar di trentaquattro metri. A parit di pressione parziale, con una miscela al 36% avremo invece una profondit massima di ventinove metri, che il nostro computer provveder a segnalarci in caso di superamento.
I nostri computer subacquei (che sembrano dei grossi orologi da polso), altro non sono che dei calcolatori che, in base al tempo di immersione e alla profondit del sub, si confrontano con tabelle di immersione elettroniche, per darci vari parametri in continuo, durante l'immersione, ma anche dopo, comparandoli
con altre immersioni persino. I computer sono di fondamentale importanza nell'immersione subacquea ricreativa moderna (come anche in quella tecnica) e sono parte essenziale dell'attrezzatura personale di ogni subacqueo. Ci sono tantissimi modelli, da quelli a orologio (stesso diametro ma con display elettronico) sino a quelli con cassa grande di forma quadrangolare.
Ogni computer va settato per la miscela nitrox prima di ogni immersione; io, ma anche altri, concordiamo sul fatto di volerci mantenere sul cautelativo durante l'intera crociera. Mi spiego, se il rilevatore elettronico posizionato sulla bombola mi da un valore di 29% di miscela EANx, io setto il mio computer su 30%; poich la miscela creata a bordo non presenta una precisione matematica accertabile, ed  sempre meglio aggiungere un valore percentile cautelativo.
Dopo aver parlato una mezz'ora, decidiamo finalmente per la miscela nitrox in tutte le immersioni; Claudio d disposizioni all'equipaggio sulle modalit di ricarica, poi ci dice che la miscela sar sul 31% circa, controlleremo comunque con il rivelatore elettronico la composizione esatta di volta in volta, per impostare i nostri computer sulla miscela corretta.
Mi sistemo l'attrezzatura e monto il gruppo (come lo chiamiamo in gergo), ovvero gli erogatori e il GAV, poi sistemo i primi al lato, in modo da permettere la ricarica della bombola dal rubinetto, posto immediatamente dietro il corpo stesso della bombola.
Il GAV  un Giubbotto ad Assetto Variabile (anche Equilibratore) che, molto similmente alla vescica natatoria dei pesci, aiuta il sub a regolare l'assetto
durante l'immersione, immettendo o espellendo aria direttamente dalla bombola, con un pulsante apposito. In inglese si definisce con l'acronimo BCD, che sta per Buoyancy Control Device. Il GAV  una componente dell'attrezzatura subacquea di fondamentale importanza e ce ne sono decine di modelli e marche. Per questo viaggio uso un GAV della Scubapro, modello Equator.
Per la maschera ho acquistato di recente una Wraparound Aqualung americana con telaio in metallo, la stessa in uso presso i sommozzatori della US Coast Guard; l'ho scelta per l'ampia visuale anteriore e laterale, decisamente maggiore rispetto alle normali frameless in commercio in Italia, tuttavia l'ampiezza va a discapito della compensazione della maschera in immersione, ma qualcosa bisogna pur perdere in nome della comodit ottica. Un oggetto che in genere non uso in Italia, ma che ho portato qui,  il rampino: una sorta di doppio gancio, cui  legata una sagola. In caso di corrente forte non dovr fare altro che agganciare gli uncini al corallo e reggermi alla sagola, senza dover necessariamente stancarmi con le pinne per contrastare il flusso. Oltre al normale computer, da qualche tempo utilizzo anche un profondimetro analogico da polso. Gli addetti ai lavori diranno: ma a cosa ti serve se non hai un orologio per fare i calcoli e i confronti con le tabelle? Non fa una piega, tuttavia in caso di malfunzionamento del computer, o allagamento dello stesso, almeno avr un riferimento della profondit alla quale mi trovo. Pur essendo con i miei compagni, la corrente potrebbe trascinarmi lontano da loro (pu capitare eccome); l'analogico in questi casi aiuta. Infatti uso anche una normale bussola da polso, oltre a quella elettronica incorporata nel mio computer, un Aladin Sport Matrix della Scubapro.
Ogni sub, si sa, ha la sua attrezzatura, di cui ne  estremamente geloso, io per primo. Gioele per esempio ha portato una torcia formidabile, con batterie esterne, Marco ha il suo GAV tecnico dal quale non si separa mai, ecc.
Quando finalmente mi rilasso, osservo il cielo azzurro sopra la citt di Hurghada, le case pitturate di bianco e di giallo chiaro sembrano essere un tutt'uno con il panorama giallastro desertico. I due minareti della moschea si ergono come grandi lance pronte a bucare il cielo azzurro con le grida del muezzin, che richiama i fedeli alle preghiere quotidiane.
L'Alpha Librae accende i potenti motori e alle nove in punto si stacca dalla banchina di cemento armato, color grigio granitico. I due Caterpillar fanno nitrire i cavalli vapore, le eliche mordono voracemente l'acqua, affamate di avventura, come noi. Io non sto pi nella pelle, salgo su in plancia: Marco, Fabrizio e Marianna se ne stanno allungati come sardine essiccate al sole, ottima idea. Sul Flying Bridge gli altri ragazzi giacciono semi sdraiati come foche sulla sabbia, dopo il lungo viaggio. Il Flying Bridge  uno spazio aperto a bordo delle grandi imbarcazioni, su cui a volte  aggiunta anche una postazione di timoneria; come sulle imbarcazioni di altura per la pesca sportiva. Il FB dell'Alpha Librae  davvero ampio e ci potrebbe stare un plotone di soldati. Sulle grandi navi il FB  principalmente utilizzato dagli ufficiali per le loro attivit di lavoro.
Il vento  piacevole, caldo e il sole ci bacia delicatamente; il mare azzurro ci circonda, la terra si allontana a poppa, diventando sempre pi bassa. Nell'entroterra si profilano le grandi montagne grigio piombo, frastagliate come la mascella di un animale preistorico.
L'Egitto  un paradiso per noi geologi; s perch il mio occhio geologico non mi abbandona mai, nemmeno sott'acqua a volte, e non posso fare a meno di ammirare un paesaggio come questo. Le isole che visiteremo nei prossimi giorni sono strettamente connesse alla storia geologica del Mar Rosso, dell'Arabia e dell'Africa in generale. Per capire la storia naturale del Mar Rosso basta guardarlo su una cartina per comprendere molte cose. La sua forma allungata, con sviluppo pressoch nord sud,  strettamente connessa con la Rift Valley africana; questa  una grande area depressa che taglia l'Africa orientale in due, separandola quasi dal resto del continente africano. Il Golfo di Aden, il Mar Rosso e l'area dei grandi laghi africani, queste sono tutte strutture geologiche connesse da faglie profonde ed enormi, che sviluppano intenso vulcanismo in superficie. Il Mar Rosso ha una velocit di espansione di circa un centimetro per anno, in parole povere ci dice che l'Arabia si sta staccando dall'Egitto (Red Sea Rift). Questa separazione  iniziata circa trentasette milioni di anni fa e sino a venti milioni di anni fa ha avuto una discreta velocit di espansione, poi si  bloccata.
Quando il Mediterraneo evapor, nel periodo geologico del messiniano (circa sei milioni di anni fa) il proto-Mar Rosso non fu risparmiato, e si depositarono grandi strati di rocce evaporitiche e di sale sui suoi fondali. Cinque milioni di anni fa l'attivit sismica e vulcanica riprese.
Il Mar Rosso  attualmente un proto-oceano (ovvero un oceano allo stadio iniziale) e fra cinquanta milioni di anni (quando noi saremo ormai polvere)  probabile che sar molto pi grande di come lo vediamo oggi.
Circa cinque milioni di anni fa, il Mar Rosso assomigliava a una sorta di gigantesco lago molto simile, chimicamente, all'attuale Mar Morto, in condizioni d'ipersalinit. Durante le grandi glaciazioni quaternarie, il Mar Rosso non fu interessato dai ghiacci, ma il livello delle acque si abbass di circa cento metri. Quindicimila anni fa terminarono i grandi periodi glaciali e cinquemila anni fa, finalmente, il Mar Rosso somigliava a quello che vediamo oggi. Questo significa che le barriere coralline sono molto recenti, nonostante siano in contatto sedimentario con rocce molto pi antiche.
L'Alpha Librae vira a dritta di alcuni gradi, navigher sotto costa; Claudio arriva nel salottino poppiero con un manuale in mano, la maglietta azzurra scolorita e una sorta di pareo maschile egiziano molto largo, che arriva sino ai talloni, di colore verde, con un motivo a quadri.
Con Gioele osserviamo la costa, dove enormi mostri di cemento sorgono sulle scarpate di arenarie ben stratificate.
Tutto fermo. Dice Gioele.
Ovvero?
Tutte le costruzioni si sono fermate dopo gli ultimi eventi terroristici. L'Egitto ha subito un crollo del turismo pari all'80%. Le file che si creavano sui siti d'immersione, anni fa, sia come sub presenti sia come barche ormeggiate, erano immense. Adesso  tutto fermo.
Annuisco lentamente, pensando a quante persone hanno perso lavori buoni, ma il terrorismo islamico non vuole che l'Egitto abbia contatti commerciali e turistici con il resto del mondo.
Claudio comincia a disegnare sulla lavagnetta bianca con i suoi pennarelli multicolori; ne sceglie uno nero e disegna dapprima tre collinette, mozzate superiormente a formare una sorta di altopiano, poi vi aggiunge, in tre dimensioni, la zona costiera e un basso reef che termina con un drop verticale nel blu. Tra la zona di costa e le tre secche, dispone una quarta secca con un domo di roccia singolo. Claudio disegna il nord geografico, le profondit massime che si raggiungeranno in immersione, il punto di ancoraggio e il percorso che seguiremo sott'acqua. Infine scrive il nome della localit: Dishet El Daba. Il disegno assomiglia a una foto della Monument Valley, tra Utah e Arizona.
Osserviamo centinaia di uccelli che roteano sul mare azzurro scuro, poi all'improvviso cominciano a tuffarsi. Probabilmente un banco di pesci si  radunato in superficie e gli uccelli ne approfittano per banchettare. Il vento  aumentato e le onde presentano delle creste bianche che tappezzano il mare come una coperta piena di strappi da cui fuoriesce l'imbottitura. Gli uccelli marini continuano a circolare in cerchio sopra il mare. Scatto un po' di foto con la reflex. Noi continuiamo ad allontanarci nella nostra andatura di crociera e altri stormi d uccelli marini si uniscono alla caccia, facendo ribollire il mare increspato. La scena  bellissima, mancano solo le musiche tribali per questa scena ancestrale.
Costeggiamo una bassa isola sabbiosa giallastra, sul reef affiorante sono ormeggiate alcune barche, in alcune insenature protette. Alcuni turisti hanno portato i loro kite surf e si allenano nei pressi della scogliera corallina, pericolosamente a mio parere. Un veliero tipo caicco, molto bello, con due alberi e la carena blu scuro, avanza maestoso sul mare mosso; sul pulpito di prua alcuni turisti si scattano selfie, l'Alpha Librae se lo lascia a poppa e devia di qualche grado verso la costa.
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IN MARE.
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Dishshit ad Dab'ah compare all'improvviso; alcune barche molto simili alla nostra sono gi ancorate alle shamandure nel corallo. In Egitto  vietato gettare l'ancora sulla barriera corallina, di conseguenza esistono le shamandure, dei gavitelli predisposti in punti precisi della barriera corallina, su cui legare le cime di ormeggio, il tutto per non rovinare i coralli.
Le sfumature del mare variano dal blu scuro all'azzurro pallido, sino al verde chiaro in prossimit della barriera corallina semisommersa. Alcuni ragazzi dell'equipaggio escono con il piccolo fuoribordo, diretti dal grasso capitano dell'Alpha Librae che sbraita gli ordini per ormeggiare al meglio l'imbarcazione tramite la shamandura di turno.
La costa  gialla e avvolta da una lieve foschia; in realt  sabbia sollevata dal vento nelle zone pi interne. Le abitazioni sono poche, per lo pi vi sono molte strutture di cemento armato abbandonate, di colore rossastro e giallastro. Decine di scheletri trascurati a causa dello spettro del terrorismo. L'immagine  inquietante, mi fa pensare a uno di quei film americani dove le citt del futuro apocalittico giacciono deserte da qualsiasi presenza umana.
Verso sud il mare si allarga in una grande baia morsa dal vento settentrionale, l'anello naturale di corallo che avvolge la laguna turchese ha un colore grigio e la spuma delle onde lo ricopre in continuazione. In lontananza altri kite surf dalle vele verdi e rosse solcano l'aria calda desertica.
Noi siamo tutti seduti in cerchio sulla seconda piattaforma di poppa. Claudio incomincia ad arringarci, illustrandoci il tipo di immersione che faremo; le mosche banchettano con i nostri avanzi di cibo, o lungo i bicchieri del caff, dove i granuli di zucchero anneriti dalla bevanda si accumulano in strisce granulose.
Fondamentalmente la nostra prima immersione subacquea  di check, per controllare l'attrezzatura, la pesata (per avere un buon assetto) e tutto il resto. Tutto ci perch la salinit del Mar Rosso  diversa dalle altre distese marine del globo. La salinit misura la quantit di sale presente in un chilogrammo di acqua marina. La salinit media degli oceani, come l'Atlantico o il Pacifico, si aggira intorno al 35%. Tuttavia esistono mari dove  molto pi elevata; nel Mediterraneo corrisponde al 38 % circa, nel Mar Rosso  ancora pi alta, con valori sino al 44%. La salinit tende ad aumentare anche lungo la fascia equatoriale del globo, per diminuire man mano che ci si sposta i poli; nel Mar Baltico corrisponde a circa il 10%.
Maggiore  la salinit, maggiore sar la spinta di Archimede per un corpo immerso in un liquido; il peso della massa spostata dipende dai materiali disciolti in essa, quindi dalla sua densit; l'acqua salata essendo pi densa, pesa anche di
pi, di conseguenza la spinta di Archimede sar maggiore in acqua salata anzich in quella dolce.
Claudio termina il briefing, non resta che goderci l'immersione; mi siedo alla mia postazione, il sole  forte ma  un tocco piacevole. Le mute sono legate al sole come tanti salami in una salumeria.
Il mare s'ingrossa. Dice qualcuno mentre mi infilo la muta nera con strisce laterali blu.
Qualcuno lancia una bestemmia per il caldo, gli altri ridono. Ma il Mar Rosso  anche questo. Fabrizio  il primo a essere pronto, e scende in acqua per rinfrescarsi, i toni di giallo dominano la sua attrezzatura, dal GAV, alle pinne, alla muta. Controllo la miscela nitrox con lo strumento di bordo: 29%. Setto il computer a 30, non dovr superare i trentatr metri. Sono pronto anche io; sputo nella maschera, accendo la GoPro e mi butto in acqua, Gioele mi segue immediatamente e poi tutti gli altri. Sono le dieci e cinquantatr minuti quando m'inabisso e per altri sessanta minuti rester in pace assoluta in quello che il comandante Cousteau amava definire "Il Mondo del Silenzio". Anche se tutto , fuorch silenzioso, come ben sappiamo.
Procedo immediatamente a compensare metro per metro, il fatto di non indossare il cappuccio, grazie alla temperatura dell'acqua pari a 28 gradi centigradi, aiuta subito il processo; anche i suoni del mare, che con il cappuccio sono sempre lontani e ovattati, ora sono nitidi e piacevoli, sembrano accarezzare il timpano. Sento i nervi distendersi e rilassarsi.
I colori riempiono il campo visivo, tuttavia la visibilit non  propriamente ottimale, anche in base ai miei ricordi del Mar Rosso, forse a causa del mare abbastanza mosso in questa zona costiera.
Il primo ospite che incontro  uno degli animali che adoro di pi nel mondo marino, appartenente alla famiglia Pomacentridae: il pesce pagliaccio dalle due bande (Amphiprion bicinctus), diffuso nei reef del Mar Rosso e dell'oceano Indiano. Le due bande bianco latte spiccano sulla colorazione arancione e giallastra dell'animale marino.
Il saluto, tuttavia, non  dei migliori, difatti i pesci pagliaccio (anemonefish in inglese, o anche clownfish) sono molto battaglieri verso i visitatori, nonostante siano lunghi poco meno di una decina di centimetri. I genitori nutrono verso i piccoli un senso di difesa molto profondo e non desiderano affatto intrusi o visitatori pinneggianti ricoperti di pezzi di plastica e maleodoranti di neoprene. Il piccolo pesce si avvicina velocemente a pochi centimetri dalla maschera, sgattaiolando via immediatamente verso l'anemone nel quale ha faticosamente radunato i suoi piccoli, che sono di colore nerastro con un puntolino bianco.
La corrente  debole, io e il gruppo di sub ci lasciamo trasportare sul fondale sabbioso bianco giallastro, da cui, di tanto in tanto si sollevano grosse strutture naturali di corallo, ricche di vita. Sono formazioni madreporiche di corallo lampone (Pocillopora damicornis), molto diffuse in tutto il Mar Rosso. Queste formazioni coralligene sono dimora di decine di specie animali. Voliamo letteralmente sul fondale a venti metri di profondit, l'acqua  calda e i muscoli si rilassano, poi deviamo verso un'altra struttura corallina, mi avvicino al fondo e vedo un ciuffo di corallo rigido di colore viola vivido. Un piccolo pesce, uno psedudocromide dalla coda a lira (Pseudochromis dixurus), molto timido, sbuca fuori dal lato opposto, accecato dalla torcia. Il piccolo animale, con due bande arancioni su fondo azzurro, sparisce subito, ma lo segue un pesce cardinale arabo davvero splendido (Cheilodipterus arabicus), ma troppo veloce per una corretta messa a fuoco della mia GoPro; il pesce ha molte strisce nere orizzontali sul fianco, la coda presenta invece una banda nera e verticale. Supero il piccolo domo di corallo violaceo.
Un esemplare di perchia della sabbia maculata (Parapercis hexophthalma), un pesce osseo lungo circa venti centimetri, mi osserva mentre mi avvicino come un bisonte a una cristalliera. La perchia muove i suoi occhi globulosi, le cui iridi nere orizzontali sembrano minacciare la mia incolumit ad ogni metro di avvicinamento. Invece la bestiola rimane ferma, in attesa del mio atterraggio (soffice fortunatamente); riesco persino a fare una buona ripresa con la GoPro. Le perchie della sabbia vivono intorno ai reef poco profondi e cacciano piccoli pesci e invertebrati, che li risucchiano con un unico spasmo della gola. Infine l'animale si allontana con un rapidissimo colpo di coda, alzando una nuvoletta di sabbia finissima come zucchero.
Hamada ci guida attraverso un passaggio tra due domi corallini alti una quindicina di metri. Questi emergono dalla sabbia come due denti contorti di una vecchia mummia; i coralli a ventaglio costellano i lati esposti alla corrente, si tratta di corallo di fuoco (Millepora dichotoma).
Nonostante sia comunemente chiamato corallo, il M. dichotoma  solo un lontano parente di quest'ultimo; ogni ramificazione  una colonia di polipi a scheletro calcareo con colorazione giallo scura, talvolta marrone, e la parte terminale bianca. I coralli di fuoco vivono in molti mari e oceani (Caraibi, Indiano, Pacifico) e sono molto urticanti. Il contatto sulla pelle umana  micidiale; forte bruciore, dolore e ustioni sono i primi effetti del tocco. Nei casi peggiori si arriva a nausea, vomito, difficolt respiratorie e persino la morte. Pi di un sub incauto mi ha raccontato della sua spiacevole esperienza con il M. dichotoma.
Migliaia di pesci circondano le due strutture rocciose naturali; vi planiamo attraverso, trasportati dalla corrente. Marco allunga il suo monopode subacqueo, sulla cui estremit spunta l'occhio nero incapsulato della GoPro; Fabrizio mi precede, si volta per unire pollice e indice verso la mia direzione; tutto okay?  il segnale richiesto dal mio amico. Replic lo stesso simbolo.
Sigfrido e Marianna sono super impegnati nelle riprese video e foto, talvolta si mettono vicini per fotografare lo stesso soggetto; tuttavia Marianna richiede con forza la precedenza e Sigfrido deve dargliela.
Un magnifico pesce balestra striato di arancio (Balistapus undulatus) mi passa davanti a una discreta velocit, le ondulazioni blu sul manto giallastro mi ipnotizzano:  magnifico.
Due earangidi dorati passano da un domo corallino a un altro, come a cercare protezione, noi superiamo le due strutture sommerse a colpi leggiadri di pinne, per ritornare verso nord. I due Carangoides bajad sono gialli con macchie bluastre sui fianchi e sulla zona caudale.
Un gruppo di pesci soldato dal bordo bianco, una cinquantina di esemplari circumnaviga il domo insieme con noi, il banco segue la corrente e sparisce dietro una formazione corallina dalla forma a cervello. Il Myripristis murdjan  una delle specie pi comuni nel Mar Rosso e pu essere avvistato in enormi banchi addirittura.
Il tappeto corallino ora ha sostituito la sabbia, vi sono decine di tipi diversi di corallo, ramificati, globulosi, a ventaglio. Tutto  bellissimo e mi sembra di stare in un sogno. E pensare che ventiquattrore ore prima mi trovavo in una citt piena di cemento, riscaldata dal sole autunnale; e poi il paradiso sommerso di questo mare leggendario.
Controllo il manometro e il computer: trentacinque minuti di attivit e centodieci bar nella bombola, con una profondit massima raggiunta di ventuno metri e mezzo.
Un gruppo di pesci bandiera del Mar Rosso mi sorpassa a sinistra, per poi superare anche Fabrizio, Marco e Hamada. Questi pesci appartengono alla stessa famiglia dei pesci farfalla e hanno una forma schiacciata con colorazione a bande nere su fondo giallastro e bianco. Marco prova a riprenderli, ma la ripresa  sfuocata; poi, inaspettatamente, tornano indietro e Marco continua la ripresa con la
sua GoPro, Fabrizio si lascia avvolgere da altre nuvole di pesci, sembrano sorreggerlo. Gioele affianca Sigfrido alla ricerca di animali negli anfratti; Marianna  concentrata in una fotografia macro di qualcosa.
Un grosso carangide grigio piombo appare a circa quindici metri, nel blu profondo, verso est. Il predatore si avvicina nuotando lentamente,  lungo circa mezzo metro e i suoi occhi neri studiano le nostre sinuose forme ricoperte di neoprene. Poi l'animale sparisce nel blu, forse soddisfatto della nostra innocuit.
Torno a posare gli occhi sulla distesa di corallo e noto una cosa che mi rattrista: ci sono molti coralli bianchi, segno che lo sbiancamento del corallo si sta perpetrando anche qui, come in molte altre zone del mondo. Il sollevarsi della temperatura media globale porta alla distruzione dei delicati equilibri ecologici delle barriere coralline. Quando il corallo si sbianca, vuol dire che il polipo che vive al suo interno  morto e noi vediamo il bianco del carbonato di calcio residuo della struttura biocostruita; bastano due semplici gradi Celsius per far entrare il corallo nella cosiddetta "febbre". La morte  quasi inevitabile a quel punto.
Gioele mi fa cenno di avvicinarmi velocemente, chiama anche Marco e gli altri: un grosso pesce scorpione dalla testa piatta se ne sta perfettamente immobile tra due piccole formazioni coralline globulose. La colorazione rossastra dell'animale, lungo circa quaranta centimetri, risalta immediatamente sotto l'illuminazione delle potenti torce di Gioele e Sigfrido. Infine si aggiunge Marianna per le foto di rito, ma l'animale  stufo di cotante attenzioni e fugge via con un colpo di coda piuttosto nervoso. Lo Scorpaenopsis oxycephalus assomiglia al pesce scorpione barbuto, a causa dei filamenti intorno alla bocca. Sono comunque entrambi velenosi, le loro spine iniettano un veleno che causa forte dolore e stordimento; sono riportati anche casi fatali. Una delle tecniche in caso di contatto sventurato con questi animali  quello di scaldare la ferita il pi possibile (anche in base alla resistenza del paziente), o di immergere la ferita in acqua caldissima.
Enzo, il presidente, osserva il pesce mentre gli gira rapidamente intorno per poi sparire in un anfratto corallino alle sue spalle, il presidente continua a nuotare verso il punto di ritrovo; le pinne rosa che indossa sono davvero appariscenti. L'altro Enzo, il mio compagno di cabina, dalle pinne blu vivide invece, mi si avvicina per chiedermi qualcosa, ma non capisco e si allontana per raggiungere Hamada.
Io e Marco proseguiamo, avvicinandoci a una struttura corallina alta poco meno di due metri, quasi piramidale, con pareti globulose. La peculiarit  per che ci sono ben dodici pesci farfalla, del tipo bandiera con strisce gialle e nere, che sostano tutt'intorno alla formazione di corallo multicolore. L'immagine  bellissima e i pesci rimangono quasi del tutto immobili, almeno fin quando il monopode subacqueo di Marco non raggiunge quella distanza considerata dal banco di pesci come limite massimo di avvicinamento. Dopodich, con un nuoto elegante, i pesci farfalla dai colori sgargianti, si allontanano lentamente, sempre in formazione, passando in mezzo a due alte colonne di corallo simili a Baobab del deserto africano.
Un loro cugino, un pesce farfalla dell'Oman, accorre in aiuto, ma si ritrae quasi immediatamente nella sua tana, faccio giusto in tempo a ottenere la sua ripresa; il Chaetodontidae si mostra con la sua colorazione nerastra, che sfuma verso la testa, dove  sita una banda gialla verticale, il muso  appuntito e di colore giallo. Davvero una bellissima creatura del mare; e pensare che  stato scoperto solo alla fine degli anni ottanta del secolo scorso.
Ci avviciniamo sotto l'imbarcazione e l'immersione  quasi finita, Hamada ci indica una grossa apertura nel corallo, larga circa un metro e mezzo; ci accalchiamo come bisonti vicino a una mangiatoia, per poter riprendere migliaia di pesci vetro (in inglese Glassfish). I piccoli pesci si agitano nella corrente che attraversa l'apertura; sono davvero tantissimi e si muovono in una massa compatta. La specie  pesce di vetro giallo del Mar Rosso (yellow sweeper glassfish). La loro peculiarit sta nel fatto che possiedono organi luminosi che si attivano con la digestione.
Infine, dopo la sosta di tre minuti a cinque metri, risaliamo sulla scaletta dell'Alpha Librae, dopo sessantuno minuti effettivi d'immersione in nitrox 29, anzi 30, come ho impostato il mio computer.
Smontiamo tutti le nostre attrezzature, scambiandoci immediatamente mille commenti sulla prima immersione, sulle pesate, sui consumi di aria e sui pesci visti. Sigfrido e Marianna si confrontano subito sui soggetti fotografati. Io intanto mi spoglio sotto il caldo sole, che momenti fantastici. Quando infine ci rilassiamo con una buona tazza di caff e dei dolcetti, i miei occhi si poggiano sul mare, l
dove le onde s'infrangono sulla barriera corallina esterna, lasciando lunghe scie bianche, come in una foto di Ray Collins.
Claudio si avvicina a noi: Bene ragazzi; partiamo subito per Panorama Reef, ci vorr circa un'ora di navigazione e pranzeremo durante il tragitto; l'immersione che faremo l sar su un reef affiorante e isolato a dodici miglia dalla costa a nordest di Safaga. Siete tutti pronti?.
Il nostro s echeggia come un urlo di pirati all'arrembaggio...
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PANORAMA REEF.
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Il vento da settentrione aggredisce immediatamente il nostro bel vascello da immersioni. Le onde non sono molto grosse, ma sono costanti come un martello ritmico sullo scafo. Persino lo storico romano Plinio il Vecchio, morto nella famosa eruzione del Vesuvio, descriveva come le preziose merci arabe raggiungessero l'Europa sul Nilo, poich i venti settentrionali che battevano il Mar Rosso non permettevano una facile navigazione ai vascelli provenienti dal Golfo di Aden.
Quello che notoriamente noi sub chiamiamo Panorama Reef ha in realt un nome arabo, che sarebbe Abu Alama; tradotto in italiano significa "Padre del pennone". Tutto ci perch sul lato sudovest del reef sommerso vi  un piccolo faro, che spunta dalle acque tropicali come il dito scheletrico di una mummia.
Subito dopo il pranzo, che divoriamo come squali, Claudio si mette al suo solito posto sul divanetto, per la felicit di Marco che sta fumando e il pareo telato di colore verde gli sventola intorno alla testa. Claudio cancella con movimenti lenti e ampi il disegno precedente, sulla lavagna, e comincia a dedicarsi a quello di Panorama Reef.
Il sub romano disegna una specie di montagna sommersa, piatta sulla testa, troncata come un gigantesco fusto arboreo amputato da una motosega enorme. Sul lato sud Claudio colloca il simbolo dell'ancora, dove l'Alpha Librae si ancorer, insomma. Sul lato est disegna invece un pianoro che degrada verso oriente con un angolo molto basso, passando dai venti ai trenta metri.
Claudio  intento nel disegno, mi prendo un'altra tazza di caff, Fabrizio e Marco fumano come caminetti in pieno inverno, Sigfrido e Marianna puliscono e asciugano le attrezzature fotografiche subacquee, Gioele legge alcune pagine del mio racconto sulla pirateria, Capo Tiburon, che ha acquistato poco prima della partenza, a Roma. I due Enzo si rilassano sulle poltroncine, ingoiati nei morbidi cuscini.
Quando Claudio termina, l'Alpha Librae sta eseguendo le manovre di ormeggio al gavitello della shamandura, grazie all'equipaggio sul gommone.
Claudio infine si volta verso di noi, cercando di radunarci con lo sguardo, si passa una mano sulla testa rasata, le orecchie da lupo donano un che di sinistro al viso, gli occhi azzurri sono acquosi. Poi dice: Questa sar un'immersione da fare molto probabilmente in drift (ovvero in corrente). Hamada mi ha detto che proprio qui, dove siamo ancorati, la corrente  debole, ma aumenter nettamente come arriverete sul pianoro a venti metri, a meno di essere fortunati, ad ogni modo, lasciandosi trasportare lungo il lato nordest, arriverete a un'apertura a circa trenta metri di profondit ricca di gorgonie, di l in poi seguirete il pianoro a circa venticinque metri per rientrare lungo la parete dalla quale siete scesi, ovvero qui, sotto la barca. La parete  ricchissima di vita, ma date uno sguardo al blu, non sono rari gli squali grigi e gli squali longimanus, nonch i barracuda, i pesci napoleone e i tonni di grosse dimensioni.
L'annuire di teste lo soddisfa, poi prosegue.
Faremo due gruppi: uno con me, l'altro con Hamada. Chi vuole andare con Hamada?
Io, Marco ed Enzo alziamo le mani. Bene, saremo il secondo gruppo a scendere.
Fabrizio, Sigfrido, Marianna ed Enzo il presidente andranno con Claudio; cominciano a prepararsi subito. Scendono col passo del gigante dalla plancia di poppa. Io, Marco ed Enzo ci infiliamo le mute e prepariamo gli erogatori. Hamada parla arabo e inglese; nel secondo idioma ci spiega come muoverci lungo la parete di corallo.
Il primo gruppo scompare sotto la superficie del mare, lasciando solo una scia di bolle argentee che si spengono lentamente, man mano che i nostri compagni aumentano la loro profondit, allontanandosi dal punto ancoraggio, verso la grande parete di corallo.
Il sole  inchiodato nel cielo come una moneta incandescente; subito dopo il passo del gigante, iniziamo anche noi la nostra discesa nel mondo equoreo.
Il versante meridionale di Panorama Reef  multicolore nei primi metri; poi il tutto assume una colorazione bluastra. A circa quattro metri di profondit la perdita del rosso  totale.
Non so se tutte le persone che fanno subacquea provano queste sensazioni; io per certo so che nel momento in cui sgonfio il GAV, sulla superficie del mare, per scendere gi, l'adrenalina mi entra direttamente nel flusso sanguigno, insieme all'azoto. Il blu mi circonda a trecentosessanta gradi, tutto  dolce, persino l'acqua salata. I rumori del mare carezzano il mio udito. Il flusso d'aria compressa erogato dagli strumenti mi rilascia una piacevole e stuzzicante emozione mista tra
esplorazione e ignoto. Forse  questa una delle cose pi belle delle immersioni subacquee. Ogni discesa  diversa dall'altra e le cose che si possono vedere e scoprire sono davvero infinite. La subacquea  il piacere della scoperta.
Osservo la parete corallina del reef, una struttura vivente vecchia di migliaia di anni. La pancia nera dell'Alpha Librae rimane alle nostre spalle come una nuvola nera temporalesca che spezza il blu vivido del mare celestiale. Hamada, la nostra guida sub, avanza verso il reef.
La verticalit del muro corallino  incredibile, tuttavia noto che a circa quaranta metri di profondit c' un piccolo gradino di roccia, con un salto nel blu profondo del Mar Rosso. Guardo dietro di me, il mare  apparentemente vuoto. La parete  invece ricchissima di vita; decine di pesci pagliaccio dalle due bande scorrazzano in quella che  una sorta di anemone city. I pesci arancioni non perdono tempo ad aggredirci, ci sono i loro piccoli in mezzo agli anemoni velenosi e non vogliono che si venga a sapere.
Incontriamo  una grossa tridacna di circa quaranta centimetri di diametro, una Tridacna squamosa per la precisione; Hamada indica pazientemente il grosso bivalve, che se ne sta accucciato tra due formazioni coralline a cono (Hydnophora exesa), coralli che generalmente crescono sui lati sottovento dei reef di questo mare e dell'area IndoPacifica. Il massiccio mollusco ha un mantello incantevole: di colore blu violaceo molto vivido, con un foro centrale che si apre nei tessuti molli.  una bellissima creatura del mare; rimango fermo il pi possibile in assetto, per farle una bella ripresa con la mia GoPro.
I coralli saturano la visuale dall'alto verso il basso e da destra verso sinistra, mi sembra di guardare una gigantesca scultura fatta da madre natura in persona. Ci sono tante tipologie di coralli: riconosco quelli a crescita foliacea spiralata (assomigliano a degli enormi fiori dai grandi petali), poi ci sono quelli a struttura colonnare (come delle stalagmiti subacquee), i coralli ramificati si allargano verso il blu, in alcuni punti appaiono i coralli laminari a fogli sovrapposti, con un diametro di circa due metri.
Percorriamo la parete ricchissima di vita; per istinto mi sento osservato da qualcosa alle mie spalle. Mi volto e vedo un grosso barracuda solitario;  lungo quasi due metri, appare nel blu e si avvicina verso di me senza movimenti della coda, dritto come un siluro di carne e ossa, il colore  grigio argento. I grandi occhi neri del predatore si muovono a brevi scatti, magari chiedendosi chi siano quei quattro esseri che adesso lo osservano. Poi l'animale sparisce nel blu profondo del mare, probabilmente ci troviamo in quello che lui considera il suo territorio, dai limiti invisibili per noi.
Hamada si avvicina al drop, lo scalino di roccia che affaccia sul pianoro, a venti metri di profondit; lo superiamo scendendo in diagonale, la corrente  debolissima.
A un tratto aumenta all'improvviso, come se un tornado subacqueo si fosse scatenato dietro la grande montagna sommersa. Siamo letteralmente trasportati come ramoscelli in una bufera, cercando di mantenerci in un assetto decente, nonostante stiamo nuotando di traverso; persino le scie delle bolle dei nostri erogatori sono strappate dalla corrente, che le nebulizza subito in una scia bianca indistinta. Mi trovo in coda al gruppo, blocco la staffa della GoPro sul GAV e cerco di rimettermi in assetto, abbassando il ritmo del respiro; a ventotto metri l'uragano subacqueo  fortissimo.
Hamada ha per calcolato, in base alla corrente, il nostro arrivo direttamente sulla concavit di corallo. Sembra quasi un calcolo matematico.
Arriviamo alla cavit delle gorgonie, a circa trenta metri di profondit; anzi, vi siamo letteralmente catapultati all'interno. Enzo e Marco riprendono in video le grandi gorgonie, mi unisco anche io; per  davvero difficile, sia non toccare i coralli di fuoco sia riprendere le bellissime gorgonie. Hamada ci fa uscire e rientrare sul pianoro a venticinque metri, con la corrente che ci spinge dal lato destro, sospingendoci in una sorta di volo sommerso molto bello, i coralli molli bianco-bluastri tappezzano la pianura sommersa.
I pesci sono centinaia, multicolori, che nuotano tra le varie formazioni coralline mentre noi continuiamo a planare. Compare un piccolo banco di azzannatori dory (Lutjanus fulviflamma) dalla colorazione ventrale blu con striature giallo limone e una macchia nera dorsale sulla linea laterale. Sono animali bellissimi e i raggi solari si riflettono come uno specchio sul banco di pesci, rilanciando riflessi argentei. Il gruppo di azzannatori si allontana velocemente verso il reef interno, dove abitualmente staziona, raramente questi pesci si spingono oltre i quaranta metri, poich si nutrono di piccoli pesci bentonici delle barriere coralline.
Hamada mi indica verso l'alto, sollevo la testa e vedo ricadere, poco a sinistra, quattro oggetti piccoli e bianchi che rilasciano una scia bianca a cono; ricordano quei film di guerra in cui gli aerei vengono colpiti e cadono verso il suolo con scie infuocate alle spalle. Le scie bianche si disperdono sul tappeto corallino:  sperma che va a fecondare le uova ben celate di qualche tipo di pesce. Non ho distinto bene la specie, ad ogni modo i maschi gettano a pioggia il loro sperma sulle uova; nel momento in cui le scie bianche si disperdono, arrivano pesci predatori che divorano una parte del liquido vitale. Chiss a quanto ammonta la percentuale di uova fecondate e chiss quale sar la percentuale di nascite finali? Senza contare la domanda principale: quanti pesci effettivamente riusciranno ad arrivare all'et adulta per riprodursi, senza essere divorati prima? Una catena naturale in perfetto equilibrio insomma.
Marco ed Enzo scendono come sottomarini verso una formazione corallina, il primo allunga il suo monopode su cui spicca l'occhio elettronico della GoPro e comincia a riprendere qualcosa tra i coralli. Mi avvicino anch'io e vedo un magnifico esemplare di polpo rosso (Octopus cyaneus) lungo circa quaranta centimetri con una colorazione variabile dal marrone porpora al rosso molto scuro, quasi bordeaux. Il cefalopode presenta anche una larga striscia bianca sulla testa, fino alla diramazione basale degli otto tentacoli, davvero un magnifico essere marino. L'animale rimane qualche secondo appollaiato tra due coralli lampone, cercando di sfruttare le sue doti di mimetizzazione, poi esce dalla tana e passeggia utilizzando le otto zampe, nel frattempo sfrutta i suoi giochi cromatici di camuffamento, ma noi lo vediamo benissimo; il cefalopode. In pochi metri muta continuamente, come il dio marino Proteo, rinchiuso da Menelao, assumendo dozzine di forme pur di sfuggire al suo aguzzino.
Infine il polpo sparisce in una cavit e noi riprendiamo la nostra marcia subacquea verso il punto di rientro all'Alpha Librae.
Cerco invano di seguire una coppia di magnifici pesci farfalla mascherati (Chaetodon semilarvatus), dalla colorazione giallo vivida in cui spicca la macchia blu intorno agli occhi. La coppia di pesci discoidali s'inoltra nel reef, sparendo come fantasmi.
Poco sotto il punto nave dell'Alpha Librae, Hamada ci indica qualcosa sopra una formazione corallina globulosa e giallastra. Si tratta di un grosso esemplare di Scorpaenopsis barbata, il pesce scorpione barbuto; l'animale  perfettamente mimetizzato tra i coralli, persino le appendici spinose sulle pinne pettorali mostrano barbigli giallastri simili alla struttura corallina sulla quale il pesce si  nascosto. Lo Scorpaenopsis rimane immobile, nonostante i sub che gli dondolano
intorno nella corrente calda. Gli dedichiamo un bel servizio video e poi ci avviamo verso la sosta di sicurezza di tre minuti a cinque metri.
Mentre siamo in sosta di sicurezza, dal blu appare un magnifico pesce balestra titano (Balistoides viridescens) lungo quasi mezzo metro. Il grande pesce fa un passaggio molto vicino alla cima di ormeggio dell'Alpha Librae e poi si avvicina al reef, lasciando il nostro campo visivo.
Risaliamo a bordo e, con Marco, ci scambiamo le impressioni dell'immersione: davvero fantastica sotto molti aspetti, sia naturalistici che di paesaggio sommerso, e quel barracuda enorme, un magnifico guerriero del mare. Inoltre concordiamo sul fatto che Hamada abbia affrontato la corrente, oltre il primo drop, con maestria. L'altro gruppo ha invece un'opinione nettamente contrastante: Claudio ha affrontato male la corrente al primo drop e i ragazzi al seguito hanno consumato eccessivamente aria compressa, arrivando alle gorgonie con consumi alti, insomma. Nonostante queste lamentele, anche loro hanno apprezzato il magnifico reef sommerso e i suoi abitanti.
Passiamo le successive due ore a rilassarci. Il posto  magico, a suo modo, sorge la luna oltre il faro del reef e cerco di fare qualche foto decente, ma non ho un treppiede, inoltre la barca dondola parecchio, sarebbe comunque inutile. Dedico quindi alcune foto all'equipaggio, cercando di raccontare la loro vita a bordo e la loro giornata, che termina con una piccola riunione simpatica a prora, dove si sono raccolti per fumare e chiacchierare mentre noi siamo riuniti a poppa. Passo un po' di tempo con loro, sono davvero gentili, Claudio sta cercando di fargli imparare l'italiano (essendo molti dei clienti italiani), e alcuni capiscono quando parlo, ma per comunicare effettivamente dobbiamo passare all'inglese.
Dopo cena qualcuno di noi sussurra "immersione notturna". Claudio fa una smorfia strana, come se avesse annusato un uovo marcio. Si tratta di un reef di mare aperto, dove di notte potrebbero ronzare gli squali in caccia. Lui comunque dice di non volerci accompagnare.
Decidiamo di farla tutti in autonomia, con guide Marco e Fabrizio, che hanno fatto decine e decine di immersioni in Mar Rosso, per non parlare di Enzo il presidente. Anche Gioele, Sigfrido, Enzo De Marco e Marianna hanno un'ottima esperienza; l'unico che ha meno esperienza in Mar Rosso sono proprio io, ma non importa, sono qui anche per farla e sono tra i primi a dare il mio "s" all'immersione notturna.
Claudio annuisce come un prete sul podio la domenica, poi si affaccia al lato di dritta dell'Alpha Librae e ci spiega come muoverci lungo la parete. Molto semplice in fin dei conti: si tratta di andare fino a un certo punto e ritornare verso l'ancoraggio dell'Alpha Librae, sempre muovendosi lungo la parete corallina, avanti e indietro.
Non racconter nei dettagli.  stata comunque un'immersione davvero divertente sotto molti aspetti, rilassante persino, nonostante di tanto in tanto ognuno di noi gettasse un rapido giro di torcia nel mare nero, magari con la speranza di cogliere un guizzo argenteo nel cono di luce, che denunciasse la presenza di uno squalo, ma niente di niente. L'unica cosa negativa  stata proprio la scarsa presenza di pesce, appunto, magari era l'ora sbagliata. A parte una murena gigante (Gymnothorax javanicus), cui abbiamo dedicato dieci minuti di osservazione tra i coralli, non abbiamo visto nient'altro, o poco comunque di bello e rilevante.
La torcia di Gioele  stata una delle cose fantastiche: un potentissimo fascio di luce che squarciava le tenebre del mare, illuminandolo a giorno nel suo tratto conico. Difatti ho dedicato alcune riprese proprio ai giochi di luce chiaro scuro tra i sub e la parete corallina, spegnendo la mia torcia e sfruttando il fascio di quella di Gioele.
Siamo risaliti a bordo davvero felici, le immersioni notturne hanno questo fascino, ineguagliabile, insostituibile addirittura.
Sulla plancia di poppa, Claudio, avvolto nel suo pareo verde, ci annuncia che presto salperemo nella notte, per raggiungere uno dei posti pi selvaggi del Mar Rosso.
...
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...
BIG BROTHER ISLAND.
...
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...
Qualcuno bussa alla porta, nel sonno profondo quei colpi sembrano bombe di profondit lanciate da un cacciatorpediniere; l'ufficiale sonar che vive nel mio cervello urla emersione rapida e avanti tutta. Prendo l'orologio e guardo l'ora: sono le cinque e quarantacinque del mattino.
Accendo la luce e mi metto a sedere sulla branda; Enzo ancora dorme beatamente. Il beccheggio dell'Alpha Librae  micidiale, sembra quasi che le onde siano in quella cabina. La branda sale e scende insieme al vascello, penso che sar davvero un'impresa lo svolgimento delle mie abluzioni mattutine.
Quando finalmente salgo in coperta, mi reco a poppa, sulla piattaforma del salottino ci sono quasi tutti; le onde del mare sono alte pi di due metri e il disco insanguinato del sole si solleva a est, sulla costa dell'Arabia, tingendo il Mar Rosso e ingentilendo la perigliosa isola di Big Brother Island.
Big Brother e Small Brother (poco a sud della prima) sono due isole rocciose a circa quaranta miglia dalla costa egiziana, sono piccole e prive di vegetazione degna di tal nome. L'antico nome arabo  appunto: El Akhawain (altri riportano El Ikhwa) che significa I Fratelli. Sulla pi grande (Big Brother)  presente anche un faro, a causa dei continui incidenti navali avvenuti nel corso delle decadi. Da un punto di vista geologico le isole sono delle colonne di roccia che si ergono da novecento metri di profondit. Il tetto della serie  di natura calcarea, con stratificazioni ben visibili soprattutto sul versante orientale. La colorazione delle rocce varia da giallastra, a biancastra, sino a grigio antracite. Su queste isole la barriera corallina cresce rigogliosa come la giungla amazzonica in Brasile.
L'isola, come avr modo di appurare,  una dicotomia naturale perfetta: alla desolazione visibile in superficie, vi  in netto contrasto il delirio di vita sotto il pelo dell'acqua.
L'Alpha Librae beccheggia paurosamente insieme alle altre imbarcazioni ormeggiate sul lato ovest dell'isola della desolazione (parafrasando Patrick O'Brian). L'intrico di cime tra i vari vascelli, ne conto almeno sette (barche simili alla nostra) mi fa pensare a una gigantesca ragnatela sospinta dalle grandi onde blu. Le cime si tendono al passaggio di ogni singolo frangente proveniente da nord, rilasciando migliaia di schizzi bianchi come cristalli in frantumi. Il faro dell'isola osserva intorno a lui il mondo turistico che lo circonda; la costruzione giallastra  un obelisco solitario nel blu, ogni notte muove il suo occhio ciclopico luminoso, per scacciare verso la salvezza le grandi navi.
Claudio ha appena finito di disegnare il suo schema sulla lavagnetta e rimette a posto meticolosamente tutti i pennarelli, come fosse uno scolaro attento al proprio astuccio, impaurito dai bulli che lo circondano.
Il disegno  molto carino e ben confezionato, tanto che gli faccio anche una foto. Praticamente conferma la genesi dell'isola da un punto di vista geologico (scusate ma la mia  deformazione professionale).
A ottanta metri di profondit vi  il primo drop profondo, verso gli abissi, ben marcato sul lato nord dell'isola. Un pianoro sul lato orientale, a sessanta metri di profondit, segna un altro punto importante della batimorfologia dell'isola. Il resto  una parete verticale che si eleva sino a cinque metri, dove il reef forma una sorta di pianoro lagunare sino all'isola, di forma ovale, allungata e orientata da nordovest verso sudest.
Claudio ha sapientemente riportato anche i due relitti, il cargo britannico Numidia e la nave egiziana Aida. Il primo part da Glasgow, diretto a Calcutta, ma pare proprio che il suo secondo viaggio fu anche l'ultimo. Il Numidia impatt con la prua sul lato nord dell'isola il 20 luglio del 1901, le novantasette persone di equipaggio furono messe in salvo e la nave impieg addirittura qualche settimana ad affondare, adagiandosi quasi in posizione verticale, raggiungendo il primo drop a ottanta metri con la sezione poppiera. Nel relitto, a quaranta metri circa,  presente un accesso per noi sub. La nave Aida, invece, affond il 15 settembre del 1957, durante una tempesta. La nave trasportava truppe militari di ricambio al personale dell'isola nonch viveri per altri due mesi. La nave impatt sul lato occidentale e si adagi tra i trenta e i sessanta metri, con la prua rivolta verso gli abissi.
Claudio ci spiega le possibili immersioni della giornata (possibili perch il mare  davvero troppo grosso), noi lo ascoltiamo pazientemente, beviamo caff, alcuni fumano e altri cominciano a sistemare le attrezzature fotografiche.
Siamo tutti apparentemente d'accordo a immergerci sul lato nord dell'isola, sul Numidia; io vado a prepararmi, insieme a Marco e Sigfrido. Tuttavia qualcuno borbotta e mostra un po' di timore, osservando le grandi onde del mare che investono le imbarcazioni ormeggiate.
Claudio spiega con il suo perenne tono serafico, appena udibile sopra il frastuono del vento: Beh, le isole Brothers sono tra i siti pi difficoltosi del Mar Rosso, e credo anche a livello mondiale; per ripagano gli sforzi, credetemi.
Non sembrano tutti convinti, Claudio completa il briefing: Dunque ragazzi, l'entrata sul lato nord si esegue in questa maniera: lo zodiac si posiziona lontano dal reef e spegne il motore, in quel medesimo istante bisogna lanciarsi velocemente in acqua e a GAV sgonfio, per scendere rapidamente a cinque metri. E di vitale importanza questa manovra, poich il gommone rimarr a motore spento e, se non saremo veloci, c' il rischio che l'imbarcazione sia scaraventata sul corallo in maniera rapidissima. Ripeto: ci tuffiamo, lo zodiac riparte e noi scendiamo rapidamente a 5 metri (siate veloci nel compensare) e dirigetevi immediatamente verso sud, ovvero sul reef, rimanendo al di sotto della zona di disturbo dalle onde.
Mi sembra un'operazione dei Navy SEALs americani, tuttavia il discorso di Claudio non fa una grinza; la rapidit della manovra e la velocit di compensazione
delle orecchie sono due elementi fondamentali da non perdere di vista. Tuttavia alcuni sembrano ancora meno convinti di prima.
Hamada arriva mentre ci stiamo preparando; era uscito in perlustrazione con lo zodiac. La guida egiziana parlotta con Claudio per qualche minuto. Noi siamo seduti alle nostre postazioni, infagottati nelle mute, bombole e GAV agganciati e tutto il resto, ce ne rimaniamo seduti, mentre il sudore inizia a colare in rivoli odiosi tra la muta e la pelle.
Sigfrido, al mio fianco, dice: Se non ci sbrighiamo, mi viene il mal di mare. La poppa, infatti, continua a salire e scendere nei marosi, sembra di stare su una giostra.
Dopo cinque secondi netti, Sigfrido sgancia il gruppo e dice: Vado un attimo in cabina.
Marco lo imita e dice: Vado a fumare, intanto che si decidono.
Anche io sento una strana sensazione alla gola, standomene imbullonato nella postazione di poppa, mentre sale e scende. Claudio e Hamada continuano a parlare.
Finalmente Claudio parla: Dunque ragazzi, il lato nord  al momento inaccessibile, le onde sono troppo forti e il gommone rischierebbe, ma il problema peggiore  che non sapremmo come ritirarvi sull'imbarcazione, proprio perch il semplice colpo di reni e di pinna non sarebbero sufficienti. Scenderemo proprio qui, dalla poppa e, tramite le cime, ci avvicineremo al lato occidentale dell'isola,
esplorando il lato sud e il pianoro a quaranta metri, spesso s'incontrano squali di varie specie. Potete finire di prepararvi.
Scende il primo gruppo: Marco, Sigfrido, Gioele e Fabrizio, con Hamada. Io aspetto e scendo con Claudio, Marianna, il presidente Enzo e l'altro Enzo.
Quando il primo gruppo  ormai lontano, Claudio mi fa cenno di scendere e aggrapparmi alla cima a dritta. Perfetto: sono le sei e quarantasei e il sole  da poco sorto, faccio il passo del gigante e sprofondo nel blu scuro, inghiottito da un'onda enorme che quasi sommerge la poppa. Riemergo a GAV gonfio e sono sommerso da una nuova onda di quasi tre metri, la plancia di poppa dell'Alpha Librae dondola paurosamente a due metri dalla mia testa, potrebbe sfracellarmela come un colpo di martello su un melone maturo; mi allontano mentre fantastico sul mio cranio spappolato e sui pesci che potrebbero nutrirsi degli avanzi rosa del mio cervello.
Scaccio il pensiero come una donzella farebbe con uno scarafaggio in bagno.
Mi rendo conto che  meglio stare sott'acqua che in quella specie di lavatrice galleggiante.
Sgonfio il GAV e scendo a tre metri, la profondit giusta per non essere disturbato, persino la corrente  molto pi debole e riesco a seguire, dal basso, la cima tesa tra le varie imbarcazioni. Attendo l'entrata degli altri e aspetto sotto la cima, indietreggiando di tanto in tanto, per contrastare la corrente da nord.
Quando il mio gruppo  completo, e anche loro si rendono conto che  meglio avanzare sott'acqua, piuttosto che pericolosamente tra le imbarcazioni, ci giriamo verso l'isola e avanziamo a colpi di pinna.
Il fondale  negli abissi, uno sfondo nero informe, dove non si distingue un checch. La parete verdastra della barriera corallina sembra il viso mastodontico di un essere soprannaturale, una di quelle figure mitologiche delle culture meso-americane, nascoste nella giungla impenetrabile.
Con la coda dell'occhio vedo un movimento, qualcosa che spezza il blu del mare; un movimento fluido, deciso, un guizzo metallico, quasi regale a suo modo.
 uno squalo oceanico a punte bianche, un Carcharhinus longimanus, il famigerato squalo terrore di tutti i naufraghi; una creatura marina che non ho mai visto e che mi ha sempre affascinato, sin da quando ero bambino e leggevo i libri sugli squali.
Lo squalo  lungo circa due metri, o poco meno. La scarica di adrenalina  immediata e mi attraversa la spina dorsale in un istante; a distanza di tempo confesso che a stento sono riuscito a pigiare il tasto ree sulla GoPro, in quel momento.
Il sub vicino a me non si rende conto che lo squalo  passato praticamente sotto di lui, quando poggio la mano destra sulla fronte (verticalmente, a indicare "squalo") allora si gira di scatto e vedo che subito si tasta varie parti del corpo
(per essere gentili) nonch l'erogatore e la cintura (un po' esagerato, cosa avrebbe dovuto fargli lo squalo in fin dei conti? Se non nuotare per i fatti suoi!).
La femmina di longimanus ha un unico pesce pilota a righe verticali bianche e nere che nuota in parallelo alla larga pinna dorsale; questa  mezza monca per di pi, forse amputata da un maschio con un morso, negli sconosciuti rituali d'amore della specie.
Rimaniamo fermi tra due imbarcazioni, mentre lo squalo si allontana di pochi metri e poi vira di nuovo verso di noi; l'emozione  fortissima, persino ora, mentre la sto scrivendo. Vedere uno squalo che nuota verso di te  uno degli spettacoli pi potenti della natura, capace di scavare a fondo nella mente umana, come una vanga nella sabbia morbida, siamo ospiti nel loro mondo,  proprio fottutamente vero.
Lo squalo si avvicina al sub al mio fianco, a meno di un metro dalla testa, poi il predatore vira con uno scatto rapidissimo e scompare nel blu. Mi giro verso Enzo Mucci, abbiamo entrambi gli occhi radiosi ed elettrizzati, siamo felicissimi. Claudio fa un cenno di seguirlo e ci avviciniamo alla gigantesca parete di corallo e calcare dell'isola di Big Brother. I raggi gialli del sole giocano con il fondo multicolore blu e violaceo, che si prospetta davanti a noi. Siamo estasiati dalla vista; plano sott'acqua, sino a quindici metri circa.
Claudio ci indica qualcosa tra i coralli molli, una murena dall'occhio bianco (Siderea thyrsoidea) lunga circa mezzo metro: la creatura si sposta con movimenti da serpente tra le rocce. Marianna scende come un'ancora sul fondo, collocandosi su una sacca sabbiosa bianca e puntando la macchina fotografica a trenta centimetri dalla testa della murena, che si ferma, mentre la donna le dedica un intero servizio fotografico; i lampi gialli dei flash disturbano la creatura, che sgattaiola via, regalandomi un bellissimo passaggio proprio davanti la mia GoPro.
Avanziamo e siamo circondati da miriadi di pesci, ci sono i labridi, i farfalla, gli angelo, i pericolosi scorpione; tutto diventa un caldo caleidoscopio di vita e di colori tropicali, serve a poco fotografare, poich tutto  impresso nella mia mente, come un grande quadro di Hokusai su cui navigano gli occhi.
Sento un po' di freddo, controllo sul computer e vedo che la temperatura  scesa a ventidue gradi centigradi, molto strano. Forse le forti correnti che circondano l'isola, a una certa profondit, oltre i trenta metri, fanno abbassare la temperatura dai ventotto sino ai ventidue.
Continuiamo verso sud, Claudio di tanto in tanto si volta per contarci ed essere sicuro che lo stiamo seguendo. Appare una formazione rocciosa che si erge di circa sette metri dal pianoro, come un canino; la struttura naturale  circondata da miriadi di pesci che sembrano stormi di uccelli intorno a una montagna. Il blu  spezzato da tre forme grigie lunghe, che si avvicinano rapidamente verso di noi, una proprio verso di me, solo quando  ormai a circa due metri, capisco di cosa si tratta: tre esemplari di pesce cornetta blu.
Il Fistularia commersonii  un magnifico pesce che vive nel Mar Rosso e nel Mar Arabico, ama sia starsene in solitario sia in gruppi numerosi; domina i reef corallini e si nutre di pesci e gamberetti.
Al limitare del pianoro, oltre il dente di roccia, a circa trentacinque metri, appare un'altra murena dall'occhio bianco, questa volta sono il primo ad arrivare e la creatura marina agita le mascelle, nel classico spasmo che tanto terrorizzava gli antichi avventurieri degli abissi.
Tuttavia sono attratto dal blu scuro oltre il drop; poi scruto verso la superfcie, dove il disco solare disegna un cerchio bianco che penetra fino a quaranta metri di profondit e, in controluce, passa la nera forma sinuosa di uno squalo, lungo circa due metri.
Sento nuovamente l'adrenalina e faccio segno agli altri, nemmeno Claudio lo aveva visto. L'animale, per, sguscia via silenzioso e veloce nel blu profondo, riesco a inquadrarlo solo quando ormai arriva al limitare del mio campo visivo, dove lo vedo virare, ma sempre mantenendosi abbastanza lontano, dopodich sparisce con un rapidissimo colpo di coda.
Non ne sono completamente sicuro, poich l'incontro  durato circa quattro secondi, ma credo si tratti di uno squalo dalle punte argentee (Carcharhinus albimarginatus) -,  uno squalo snello e muscoloso che raggiunge circa tre metri di lunghezza, molto timido e difficile da avvistare e fotografare, generalmente si mantiene sotto i trenta metri e pattuglia costantemente i reef corallini.
Claudio si gira verso di noi e fa cenno di seguirlo di nuovo verso la parete corallina, verso nordest, dall'altra parte dell'isola; la visibilit supera i trenta metri in orizzontale e la temperatura sembra essere risalita lievemente, probabilmente eravamo capitati in una zona d'influenza della corrente profonda, pi fredda rispetto agli strati superficiali. La parete verticale dell'isola solitaria si staglia nettamente nelle profondit, formando un angolo di quasi novanta gradi.
Il blu del mare si presenta in tutte le sue sfumature e i nostri occhi sono strabiliati da quella visione eterea dalla superficie agitata del mare, dove il colore  un azzurro pallido simile alle uova di airone, per diventare man mano sempre pi scuro fino alla nostra profondit di trenta metri, qui il colore  di un blu cobalto; continuo a scrutare le onde del mare dal basso, sento quasi un sibilo cupo e profondo, sembra l'anelito gutturale di un gigantesco animale che esige rispetto alla natura dell'isola.
A circa venti metri di profondit e a dieci metri dalla parete corallina, staziona un enorme branco di pesci azzannatori bimaculati (Lutjanus bohar), ci sono circa quaranta animali che sostano lungo il reef verticale esterno, dove la corrente  decisamente pi forte. Il banco di pesci  bellissimo e sembra essere un unico animale vivente che segue il movimento del capobranco, invisibile in quella massa compatta di carne e ossa. Gli azzannatori possono causare intossicazioni alimentari, se mangiati, in particolare la ciguatera (causata da tossine marine non batteriche). La ciguatera causa sintomi che talvolta vengono erroneamente confusi per MDD (Malattia Da Decompressione, come  conosciuta in subacquea, ovvero la formazione di bolle di azoto nel sistema ematico e nei tessuti).
Claudio ci fa ancora un cenno:  ora di rientrare, abbiamo superato quel limite invisibile che divide la prima parte dell'immersione dalla seconda.
Mentre rientriamo lungo la parete occidentale dell'isola, a circa dieci metri di profondit, proprio sotto la mezza dozzina di cime di ancoraggio alle shamandure, un magnifico esemplare di pesce Napoleone fa un passaggio ravvicinato alla nostra posizione; persino gli altri gruppi sub pi profondi, rispetto a noi, risalgono per osservare la splendida creatura del mare. L'animale  lungo circa un metro e mezzo e passa rasente al nostro gruppo, senza fermarsi tuttavia; prosegue verso sud nel suo imperturbabile moto, apparentemente perpetuo, con una coordinazione perfetta.  sempre un grande piacere vedere questi grandi pesci ossei; gli adulti si trovano spesso lungo le pendici dei reef esterni, generalmente molto ripidi (come l'isola di Big Brother). Una delle caratteristiche distintive del Cheilinus undulatus  la protuberanza marcata sulla fronte, le grandi dimensioni e la magnifica livrea, variabile dal verde smeraldo, al grigio rosa, sino al blu, con labbra molto pronunciate. Si pensa che sia anche una creatura molto longeva, specialmente le femmine - sino a cinquantanni addirittura. Questi pesci raggiungono i due metri di lunghezza e un peso di circa centonovanta chilogrammi; si nutrono prevalentemente di molluschi.
Purtroppo il pesce Napoleone  ampiamente cacciato in tutto l'oceano Indiano, con un metodo piuttosto raccapricciante per giunta: cianuro di sodio. Le sue labbra carnose sono considerate un afrodisiaco in Asia e una pietanza di questo tipo arriva a costare anche trecento dollari al piatto. In Cina la carne dei pesci Napoleone  ambita soprattutto nei ricevimenti nuziali, dove gli sposi spendono una fortuna pur di avere questo pesce nel men. Sfortunatamente la caccia sta
portando il C. undulatus all'estinzione; senza contare i danni fatti al corallo e le miriadi di pesci uccisi dal veleno.
Ci voltiamo per raggiungere la cima del nostro ancoraggio che, come un binario, dovrebbe riportarci alla nostra imbarcazione, passando sotto le chiglie di altre tre imbarcazioni. Incontriamo anche i componenti dell'altro gruppo, guidato da Hamada. Sigfrido, Marco e Gioele planano a cinque metri di profondit. Ci scambiamo a vicenda un segnale di "ok" e loro deviano lungo il "binario" sommerso. Noi abbiamo altri cinque minuti e ce li prendiamo; non capita tutti i giorni di fare immersioni magnifiche.
Quando li abbiamo terminati, ci voltiamo anche noi per seguire la cima, mantenendoci a circa sette metri di profondit. Risaliamo a cinque metri e sul computer si attiva la sosta di tre minuti a quella profondit: continuiamo mantenendoci in quota, in modo da "pulire" la sosta, per uscire tranquillamente sotto la scaletta, con il computer pulito come le lenzuola di un prete la domenica mattina.
Guardo verso il basso, siamo lontani dalla parete corallina; il blu profondo del mare ha ripreso il dominio del mio campo visivo. Miriadi di pesci piccolissimi si muovono in banchi ondivaghi sul blu violaceo scuro.
Noto cinque puntini bianchi che si muovono sul fondale, a circa trenta metri di profondit; rimango interdetto a quegli strani esserini bianchi che si muovono in maniera sincrona. Faccio un cenno a Claudio, che osserva per qualche secondo, poi, come se fosse la cosa pi naturale del mondo, come farsi un caff ai fornelli dopo un pranzo, si porta la mano alla fronte in maniera verticale: squalo!
Cerco di mettere a fuoco i puntini bianchi in movimento, ma non vedo nessuno squalo, poi capisco: sono le macchie bianche sulle pinne del Carcharhinus longimanus. Ecco a cosa servono le macchie: a depistare l'ignara preda, facendolo sembrare un piccolo banco di pesci, anzich uno dei pi micidiali predatori del mare. Se a ci aggiungiamo che spesso gli squali di questa specie vivono attorniati da decine di pesci pilota a bande bianche e nere verticali, succeder che ci sembrer di vedere un banco di pesci, piuttosto che uno squalo saggiamente mimetizzato al suo interno, come una matrioska terribile.
Sembra assurdo, tuttavia alcuni di noi, me compreso, avranno modo di scoprirlo nei giorni successivi, ma andiamo per ordine.
Noi continuiamo mantenendo la quota di profondit. Lo squalo, invece, sparisce nel blu con un colpo di coda veloce, quasi avesse capito che lo abbiamo riconosciuto.
Dopo due minuti esatti, per, Claudio batte con un ferro sulla mia bombola, mi volto e, tra due cime bianche di ancoraggio, compare lo squalo longimanus, sembra un aereo che plana tra le nuvole, scendendo rapidamente verso di noi. La luce del sole si riflette sul muso grigio, donando un luccichio metallico quasi etereo ed elitistico al famigerato predatore marino. L'animale scende ancora verso di noi, rivelando la sua silhouette, diventando una macchia allungata dalla testa affusolata e le grandi pinne pettorali dai bordi arrotondati; la coda fa avanzare la creatura del mare in maniera precisa. Lo scruto adrenalinico, lo squalo mi passa esattamente sopra la testa, a meno di un metro, potrei toccargli il ventre bianco sporco, se volessi; le grandi pinne fluttuano. Poi l'animale vira verso un altro sub ed io lo seguo con la mia GoPro. Non  lo stesso esemplare visto a inizio immersione, poich quello aveva la pinna dorsale mozzata a met ed era femmina, questo invece  un maschio, piuttosto grosso per giunta.
Infine lo squalo longimanus ci ignora e si allontana sotto un'altra imbarcazione, come uno spettro solitario, un dominatore indiscusso di quel tratto di mare.
Sono le sette e ventiquattro del mattino quando mi siedo alla mia postazione sub, grondante d'acqua salata fuori, ma di felicit adrenalinica dentro. Mi sento vivo e dinamico; guardo negli occhi i miei compagni, il sorriso  largo come una ferita sui loro volti. Tuttavia il primo gruppo non ha visto il longimanus, n all'andata, n al ritorno.
 incredibile!
Era l, esattamente sotto tutte le imbarcazioni, a girare nel suo perenne andirivieni opportunistico, nella speranza che uno degli equipaggi gettasse avanzi di cibo.
Tuttavia Marco, Sigfrido, Fabrizio e Gioele hanno invece visto molto bene il grande squalo dalle punte argentee, in un passaggio ravvicinato e ben fatto, al contrario del nostro, piuttosto fugace e mal fatto. Ogni immersione  diversa dall'altra e sott'acqua pu capitare di vedere qualsiasi cosa, in qualsiasi istante.
...
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...
RELITTO AIDA.
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...
Quando anche l'ultima muta  appesa ad asciugare, un ragazzo dell'equipaggio suona la campana: la colazione  pronta. Le battute di Marco echeggiano come cannonate nel salone interno, Fabrizio si unisce pure lui e Gioele e Sigfrido rincarano le dosi; alla fine le risate scrosciano davanti ai basiti egiziani che non capiscono bene l'italiano, tantomeno il dialetto abruzzese. Claudio sorride agli scambi di parole e si unisce anche lui con battute romanesche. L'adrenalinica immersione del mattino ha spezzato quella sottile patina glaciale tra noi e l'isola di Big Brother: ora ne vogliamo ancora, e ancora, e ancora. Anche la fame  tanta, e una colazione di tipo continentale  perfetta per rigenerarci nel corpo e nell'animo. Il cibo non  proprio ottimale, anche se mangio come un lupo, anzi, mi verrebbe da dire come uno squalo; e meno male che non  ottimale. Solo chi  un sub capisce la fame che ti attanaglia quando hai finito un'immersione, poi queste sono ancora pi particolari.
Le onde che martellano l'isola sono ancora altissime e provenienti da nord, nulla  mutato nel sistema naturale; il cielo  di un azzurro terso e pulito, e il vento da settentrione riempie i polmoni di un'aria impregnata di salsedine. Il viso s'inzuppa di goccioline salate strappate dalle alte creste bianche dei frangenti. Mi
soffermo un attimo su questi pensieri, come a volerne immagazzinare i dettagli nel cervello. Quando scendo di nuovo nel salone poppiero aperto, Claudio ha gi iniziato a sistemare lo schema per indicare sul disegno la seconda immersione della mattinata: la parete ovest e il relitto dell'Aida.
L'aria  talmente rilassata e il beccheggio dell'Alpha Librae cos forte, che mi addormento sulla sedia di vimini, come se fossi cullato dalla mano di un dio.
Quando mi sveglio, Claudio lancia provvidi consigli ai titubanti sub della successiva immersione, le regole sono sempre le stesse della mattina: il gommone si ferma e noi, a GAV sgonfio, scendiamo a tre o cinque metri di profondit, la manovra  da svolgere molto velocemente. Tuttavia c' ancora qualche faccia poco convinta.
Sono le dieci e venti e Claudio dice: Dunque, la seconda immersione sar fatta sull'Aida, il relitto di cui vi parlavo stamane. Sostanzialmente gran parte della nave si  distrutta nell'impatto con la barriera corallina, scendendo con la prua in profondit, tuttavia  possibile entrare per visitare qualche locale a circa trenta metri, ma dato che saremo in nitrox non consiglio di andare oltre. L'intera parete  molto bella e ci sposteremo quasi subito l, onde evitare di incappare nelle correnti in mare aperto, che potrebbero trascinarci. Ci sono domande?.
Nessuno replica e la testa calva di Claudio annuisce lentamente. Bene ragazzi, allora preparatevi pure, andremo con due gommoni.
Marco e Fabrizio spengono le sigarette sincroni, assomigliano a due cecchini pronti ad appostarsi per fare fuori qualcuno. Io prendo la GoPro e mi avvio
alla mia postazione, dove preparo l'attrezzatura. Controllo la miscela EANX con lo strumento di bordo: 28%. Imposto il computer sul valore di ventinove di ossigeno e mi preparo, la muta umidiccia  fredda.
Salire sui gommoni dalla piattaforma di poppa, che si solleva come una giostra diabolica e ubriaca, assume ben presto un che di comico. Tuttavia la risata passa nel momento in cui arriva il proprio turno, perch ci si rende conto che di comico c' poco, anzi, ci si pu far male sul serio se non si  cauti, accorti e soprattutto veloci nell'afferrare la maniglia del gommone al momento giusto. In particolare perch questa manovra si fa con tutta l'attrezzatura addosso, bombola inclusa. Quando sei in mare con queste onde, niente rimane fermo per pi di due secondi.
Finalmente siamo tutti a bordo degli zodiac, i rispettivi piloti girano la manopola del gas sulla barra del fuoribordo e le prue si sollevano, affrontando le onde come cani che corrono nell'erba alta. I motori sono spinti al massimo, per salire sulle onde alte tre metri e riscendere dall'altra parte in maniera vertiginosa. A un certo punto io e i miei compagni dobbiamo reggerci seriamente, per non rischiare di finire in mare anzitempo. Il pilota fa cenno di spostarci pi indietro, verso poppa, per permettere al gommone di affrontare meglio i grandi frangenti blu del Mar Rosso.
Micidiali! Credetemi.
Dopo alcuni minuti su quella specie di mefistofelica sfida galleggiante, Claudio, che sta sul nostro gommone, ci fa cenno di infilarci le pinne e tenerci
pronti al salto; mi fa segno di infilare anche maschera e boccaglio, e si assicura che abbia sgonfiato completamente il GAV.
Insomma: dovr scendere come un dannato piombo.
Avverto un caldo bestiale e la maschera si appanna quasi subito col sudore che mi gronda sulla faccia.
Claudio urla: Al mio tre tutti in acqua: uno, due, treeeee!.
Volo indietro e gli occhi registrano bianco del sole accecante e poi blu scuro: tutto qua.
Compenso immediatamente le orecchie e mi metto in assetto, scendendo a sei metri, per essere sicuro di oltrepassare la zona di disturbo delle potentissime onde. Mi volto e vedo i miei compagni scendere anche loro in sincronia perfetta. Il ronzio dello zodiac si allontana, rimango nel silenzio del mare.
Con colpi di pinna decisi scendo sino a otto metri e proseguo, seguendo i miei compagni, verso est, dove la parete corallina sembra un muro verdastro. A dieci metri, Marco allunga il suo bastone con la GoPro. Sigfrido e Marianna si sistemano l'attrezzatura fotografica, Gioele ed Enzo De Marco raggiungono la parete e ci fanno segno di ok con indice e pollice. Fabrizio e il presidente planano tranquillamente verso di noi. Ci sparpagliamo tutti vicino alla parete, mentre Claudio e Hamada prendono possesso della leadership subacquea.
Da nord compare un altro gruppo di sub, la loro guida ci saluta e il branco di subacquei prosegue verso sud.
Marco e Fabrizio seguono Hamada e Claudio verso il basso, intorno ai trenta metri appare una forma scura quadrangolare che si erge lateralmente dalla parete di roccia, quasi verticale:  il relitto dell'Aida. Sigfrido mi si affianca e insieme scattiamo foto e riprendiamo in video. Le bollicine dei subacquei salgono verso l'alto con grandi nuvole argentee che striano verticalmente gli abissi sino alla superfcie,  bellissimo.
Il relitto dell'Aida appare come una sorta di oggetto slabbrato verso l'alto, ma che prosegue apparentemente intatto verso il fondo nero del mare. La luce del sole illumina un lato della nave, con riflessi bianco argentei, che mettono ancora pi in risalto le camere cavernose; queste si aprono come pozzi senza fondo. Hamada si posiziona solitario nel blu a trentacinque metri, come a indicare: oltre questo punto  meglio non andare a causa delle correnti. Marco e Fabrizio proseguono indisturbati intorno alle alte strutture dell'Aida.
I resti scheletrici di una gru spezzano il blu scuro come una sciabola pirata sollevata verso l'alto, pronta a uccidere.
Migliaia di corpuscoli biancastri vengono sospinti dalla corrente; il relitto della nave  ricoperto da centinaia di incrostazioni coralline, e il punto di impatto  letteralmente sfracellato. La cosa strana  che si vede poca fauna in giro, quando, generalmente, i relitti sono ricchissimi di vita.
Mi affaccio timidamente al punto d'impatto, mentre gli altri proseguono sulla sovrastruttura. Un obl laterale lascia entrare la luce del sole, illuminando
da un lato la desolata stanza, come il famoso punto luce in un quadro di Caravaggio: tutto  scuro e tetro.
Compaiono migliaia di pesci dai colori sgargianti, per qualche strano motivo sembravano spariti. La coperta del relitto  ben lontana dall'essere ordinata, anzi: regna il caos. Dozzine di rottami di ferro spuntano come radici da un terreno avvelenato di colore verde scuro. Gli unici oggetti che sembrano essersi salvati dalla furia distruttiva del mare e della barriera corallina sono le grandi gru, ne conto quattro, integre. Gioele sorvola sotto una di loro e mi rendo conto che sono enormi.
Marianna e Sigfrido fotografano a pi non posso; Marco e Fabrizio studiano le sovrastrutture. I due Enzo gironzolano all'entrata dello squarcio, curiosi.
Guardo verso il blu e vedo una forma argentea enorme:  un banco di pesci composto da centinaia di esemplari. Sono degli sgombri; il banco si muove compatto, arrivando a lambire le propaggini esterne delle gru del relitto, poi i pesci si allontanano di nuovo verso il mare aperto.
Ritorniamo verso la parete corallina dell'isola di Big Brother. La corrente  molto forte, ma avvicinandosi ai coralli essa diminuisce, tuttavia in alcuni punti si rischia di essere sbattuti parecchio. Claudio ci fa cenno di avvicinarci a un'apertura nella roccia, larga circa dieci metri, con una dozzina di coralli ramificati dai colori sgargianti, dietro cui si celano un gruppo di cernie abbastanza grosse, ma molto timide. Se ne stanno rannicchiate sul fondo sabbioso e, nonostante gli sforzi, non riesco a identificarne la specie.
Proseguiamo verso sud, la corrente diminuisce e cos i nostri consumi di aria. Da un anfratto spunta un magnifico pesce unicorno spina blu (Naso hexacanthus); l'animale  lungo poco meno di quaranta centimetri, ma ha dei colori magnifici. Il pesce scompare rapidamente, senza darmi tempo di pigiare il ree sulla GoPro; lancio un'imprecazione.
Il panorama sottomarino  splendido, con migliaia di colori, gli anfratti nel corallo tagliano a fette armoniose l'intero corpo roccioso, dalla superficie del mare sino alle profondit nere. I coni di luce del sole rischiarano tali anfratti come dei pozzi illuminati dall'alto, si rimane davvero estasiati a questa vista, solo ora incomincio davvero a realizzare dove mi trovo: un vero paradiso subacqueo. Mi sembra un sogno, invece  reale, una vera avventura nel mare.
Claudio mi fa cenno di avvicinarsi, eseguo e mi mostra una piccola formazione corallina a forma di obelisco. In particolare sono tre coralli, di colore variabile dal giallo all'azzurro pallido, alti circa quaranta centimetri con questa forma strana che ricorda proprio un obelisco, dalle pareti molto ripide.
Un pesce balestra titano se ne sta immobile sotto una sporgenza nel corallo, mi avvicino senza esagerare, onde evitare di essere morso, ma il pesce mi osserva torvo e va a nascondersi dietro un corallo di fuoco, una combinazione micidiale, insomma.
Sento il bip del computer: 5 metri, mi segnala la sosta di sicurezza di tre minuti. Noi proseguiamo a quella quota e intravedo un bellissimo pesce scatola giallo (Ostracion cubicus). Si nasconde subito dentro un anfratto multicolore. I
coralli di fuoco sono dozzine e tutti ramificati in larghi ventagli orizzontali, sembra un ambiente primordiale, primitivo, e forse in parte lo .
Ci allontaniamo dalla barriera corallina,  ora di rientrare; ci spingiamo di una cinquantina di metri verso il mare aperto, dondolando nel blu a tre metri di profondit. Non vedo n squali n altri grossi pesci pelagici, peccato.
Claudio e Hamada srotolano il pedagno (mini boa di segnalazione sub) e lo riempiono di aria con l'erogatore, subito dopo il pedagno parte a razzo verso la superficie; quando emergiamo, i due gommoni sono l ad attenderci.
Tuttavia la risalita a bordo senza scaletta non  proprio semplice, almeno non per tutti. Ci si deve togliere il gruppo dalle spalle e passarlo ai ragazzi a bordo e, con un ben assestato colpo di pinne e di reni, saltare a bordo cogliendo la grande onda che investe il gommone e che, paradossalmente, aiuta nella risalita. Anche questa fase ha un che di comico, tuttavia le risate spariscono subito, perch le onde sono enormi e si rischia di dondolare come ossessi tra i frangenti, col rischio di essere letteralmente sparati via dalla corrente in mare aperto, come avr modo di sperimentare qualcuno del nostro gruppo in seguito. Nonostante la situazione impellente, molti si liberano lentamente della propria attrezzatura, con i piloti dei gommoni che lanciano occhiate nervose al reef alle loro spalle, dove rischiano di essere catapultati dalle onde.
Claudio s'incazza e replica in romano: Aooo, che famo! Se piamo un t? Annamo belli. Poi aggiunge: Dovete capire che  una fase pericolosa, dovete
essere veloci a risalire, altrimenti si rischia che il gommone vada a finire sul reef. Daje!.
Quando siamo tutti su, nonostante l'ultima fase, sorridiamo come bambini: l'immersione  stata bellissima. Io e Fabrizio ridiamo a crepapelle per la comicit nella risalita sui gommoni. Ma  andata, sono le undici e quarantatr ed io sto gi fremendo come un serpente per fare la terza immersione della giornata; mi sento come un cocainomane cui abbiano dato le chiavi di un deposito di cocaina della polizia, non devo fare altro che entrare e servirmene a piacimento.
Le onde sono ancora enormi, noi ci appoppiamo immediatamente, senza che la guida ce lo dica. L'Alpha Librae ci attende.
...
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RELITTO NUMIDIA.
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Gioele e Marco mi chiamano dal Flying Bridge superiore. La parola "chiave" che mi fa saltare dalla sedia, come se fossi stato punto da un calabrone : longimanus, lo squalo sta girando intorno all'Alpha Librae.
Questo esemplare  nuovo, poich  una femmina di circa due metri. L'animale compie due larghi giri intorno alla nostra imbarcazione; dedico alla creatura marina una buona fetta della mia scheda di memoria nella reflex. Quando la splendida femmina si stanca delle mie attenzioni fotografiche, si sposta dal nostro Alpha Librae alla nostra vicina, un ventidue metri verniciato in una maniera orrenda e stracolmo di sub tedeschi. Lo squalo genera una frenesia fotografica degna di un plotone militare all'attacco.
Lo squalo oceanico a punte bianche continua nel suo moto sinuoso e apparentemente privo di meta, mentre le sue cavit nasali memorizzano le miriadi di particelle odorifere del mondo marino che lo circonda; un inserviente egiziano dell'imbarcazione decide di svuotare il secchio dell'umido in quel momento, rigettando in mare avanzi di cucina, variabili dalla carne sino ai pezzi di melone dalla buccia verde e dal cuore rosso.
Il bordo superiore arrotondato e bianco sporco della pinna dello squalo fa capolino tra le grandi onde, sferzandole con forza, mentre si avvicina alla chiazza di immondizia. L'animale va in frenesia alimentare, mordendo pezzi di tutto quello che pu, nonostante le grandi onde stiano ormai aprendo la chiazza e sparpagliando il cibo tra le due imbarcazioni. Un gommone carico di sub, che sta rientrando da un'immersione sul Numidia, si ferma improvvisamente e i sub afferrano al volo le macchine fotografiche e le GoPro, per scattare immagini e riprendere in video.
Lo squalo continua a mangiare gli avanzi e il gommone si mette in parallelo, rendendosi invadente alla bestia, che sbatte con il muso sulle pareti gommose. Uno dei subacquei, un idiota certamente, decide di mettersi sul bordo, tuttavia in quel momento una grossa onda irrompe tra le nostre imbarcazioni ormeggiate e rischia di far cadere lo sventurato sub proprio sul dorso dello squalo: una cosa poco saggia.
Quando la splendida femmina non trova pi avanzi di cibo, s'immerge negli abissi occidentali dell'isola, sparendo nel blu.
Sono quasi le due e mezzo del pomeriggio e Claudio ci fa cenno di avvicinarci a poppa per illustrarci la terza immersione lungo la parete nord, dove, sul suo bel disegno, spicca il gigantesco relitto del Numidia. Stando a quanto riferisce Hamada, uscito in perlustrazione, le correnti sono un po' diminuite nella zona a nord.
Sulla piattaforma di poppa, la nostra guida decreta come un senatore romano nel suo emiciclo: relitto del Numidia e parete corallina.
Ottimo! Replichiamo.
Cominciamo tutti a prepararci. Misuro nuovamente la percentuale della mia miscela nitrox: 29%. Setto il computer a 30%, meglio essere cautelativi.
Sono quasi le tre e i nostri gommoni si allontanano con il loro carico verso nord, affrontando le immense onde; noi ci appoppiamo subito, sul volto del nostro pilota nordafricano si disegna un sorriso.
Quando arriviamo sul lato nord, le onde sembrano ancora pi grandi della precedente immersione, muri blu cui non si vede attraverso. Claudio ci fa un segnale, replicato da Hamada sull'altro gommone.
Uno.
Due.
Tre.
Mi catapulto all'indietro, nell'incavo di un frangente che sfracellerebbe un muro di cemento e sono inghiottito con Marco e Fabrizio. Enzo De Marco si ritrova quasi sulla mia schiena. Scendo a sei metri, poi otto, compenso velocemente, mentre il ronzio del motore si allontana e l'elica morde voracemente il mare tropicale. Siamo tutti l, sotto le grandi onde. Gioele e Hamada arrivano insieme con gli altri.
Faccio un giro completo su me stesso e distinguo due cose: il muro grigio e verde della barriera corallina e il blu profondo del mare aperto. Quattro enormi tonni pinna gialla (Thunnus albacares), lunghi quasi due metri, si avvicinano dal mare aperto, curiosi verso il nostro gruppo di sub. Le grandi creature pelagiche si dividono in due gruppi a circa venti metri da noi, due tonni verso ovest, due verso est, si muovono a scatti; alle loro spalle vedo un banco ancora pi grande di questi enormi pesci, ma sparisce subito dopo. Probabilmente questi esemplari si sono staccati per venire a curiosare. Infine anche i grandi tonni vanno via.
Continuiamo a scendere in profondit, siamo intorno ai venti metri. Hamada mi fa un cenno velocissimo, una mano verticale sulla fronte: squalo, ma non lo distinguo bene nel blu. Poi vedo lo squalo grigio fare due passaggi a meno di dieci metri.  molto grosso, tuttavia sparisce quasi subito.
Intanto la forma del relitto del Numidia spacca il blu cupo con la sua silhouette tetra e nera, quasi verticale, dato che nell'impatto il relitto si  adagiato alla parete nord dell'isola.
Mi giro e continuo a osservare il blu; vedo cinque puntini bianchi. Ora so di cosa si tratta: un grosso squalo longimanus appare quasi subito insieme a quattro pesci pilota. Lo guardo affascinato, lo squalo si muove veloce, in profondit, a quasi quaranta metri, risale verso di noi, ma sempre mantenendosi a distanza. Non sembra curarsi della nostra presenza e scappa via quasi subito con uno scatto fulmineo, probabilmente i due squali (e gli altri che sicuramente non vediamo oltre il nostro campo visivo) stanno seguendo il branco di tonni, magari cibandosi
dei loro escrementi e sperando in qualche cattura fortunata, magari ai danni di qualche individuo giovane, o vecchio e malato.
Soddisfatto degli avvistamenti, mi volto verso il relitto e seguo i miei compagni. Hamada, vigile come un soldato nel blu, controlla che tutto il gruppo sia ben aggregato, poi si mette in coda dietro di me, mentre Claudio, davanti, ci guida verso la grande nave.
Le gru appaiono nere in controluce, con i raggi solari tropicali che scendono a venticinque metri; le forme rettilinee del relitto spezzano il profilo curvilineo della barriera corallina, dove, verso l'alto, la prua sfracellata si apre come una bocca, qui permangono migliaia di pesci colorati, pronti a raggiungere le loro tane in caso di pericolo.
Le silhouette delle gru (ne conto almeno cinque), incorniciate dietro le ringhiere incrostate di alcionari di Kluzinger (Dendronephthya kluzinger), regalano un fascino etereo alla nave. Ci avviciniamo alla fiancata di sinistra. Un azzannatore bianco e nero (Macolor niger) di circa quaranta centimetri di lunghezza, percorre lentamente l'intera fiancata ricoperta di alcionari.
Fabrizio, che era risalito di quota, ci raggiunge nuovamente percorrendo la carena, scendendo come un lento siluro, attraversando il disco solare disegnato sulla superficie del mare; le scie delle bolle tumultuano intorno all'asse inclinato di una gru:  una scena magica, sembra che il tempo si sia fermato.
Mi affaccio sul relitto, oltre il bordo ormai arrugginito due pesci bandiera del Mar Rosso, dai vividi colori gialli con bande nere, mi passano davanti; li catturo in video e la mia faccia assume un'aria soddisfatta dietro la grande maschera.
Il ponte della nave  costellato di rottami enormi. I miei compagni di immersione nuotano sul ponte di coperta. Mi avvicino ai corridoi laterali, come fossi un membro dell'equipaggio che passeggi tranquillamente, osservando il mare in una bellissima giornata di navigazione, sotto un caldo sole.
Ma non  cos! Il sole  ormai nascosto dal mare e il panorama  lo stesso da tantissimi anni ormai, scandito solo dal ritmo delle maree e delle potenti correnti. Gli unici umani che si avventurano sono sub infagottati di attrezzature per respirare e galleggianti di plastica per equilibrarsi.
Il legno del tetto della cabina a mezzanave  ormai divorato dai decenni di aggressione chimica del mare. Marco e Gioele scendono ancora, seguendo Claudio in testa. Io mi metto in coda e accendo la torcia. L'interno  buio come la tomba di un faraone e i suoni sembravano ovattati nelle orecchie, siamo nella grande sala sommersa. Mi avvicino a quello che una volta doveva essere il pavimento metallico a griglia e proseguo insieme agli altri sub. Attraversiamo la prima stanza, passando attraverso una specie di portello (almeno sembrerebbe); dall'altra parte si apre un grande spazio, con il soffitto molto alto. Vi sono anche dei finestroni su quello che doveva essere il tetto; sei aperture in tutto, molto ampie, da cui il blu del mare ci osserva. Mi sento molto tranquillo, rilassato e mi piace questa fase esplorativa del relitto.
Claudio s'infila in un passaggio un po' stretto, ma non pericoloso. Marco lo segue e anche Gioele davanti a me, poi vado io. C' un grosso rottame circolare che si trova dall'altra parte del passaggio, basta piegarsi un po' ed  fatta, tuttavia non oso pensare se la torcia si spegnesse in quel momento; certo potrei seguire le altre dei miei compagni, ma non amo molto l'idea.
Il cono di luce squarcia le tenebre abitate da decine di creature quasi corpuscolari, rivelando colorazioni arrugginite e incrostazioni marine sulle pareti del relitto. Gioele, davanti a me, utilizza la sua torcia potentissima; fa davvero tanta luce.
Arriviamo in una stanza pi piccola, a quota minore; infatti come dicevo precedentemente il relitto  appoggiato in posizione sub verticale lungo la parete nord dell'isola. Quindi, attraversando le varie stanze, in realt si risale anche verso la superficie. Il passaggio di uscita  largo circa due metri, uno squarcio nel metallo vecchio. Usciamo in fila indiana, il blu cobalto accoglie nuovamente le nostre fisionomie.
Ritorniamo verso la parete corallina dell'isola, verso sudest, costeggiando il lato occidentale dell'isola, la bussola mi conferma i miei pensieri. Il sole appare come una moneta d'argento, dondolando sopra il mare increspato di onde, una quindicina di metri sopra di me.
Vicino alla parete ci accoglie una magnifica colonia di coralli molli e rossi, su cui un grande banco di castagnole verdi-blu (Chromis viridis) nuota in tutta tranquillit, seguendo il capo branco nel suo moto quasi perpetuo lungo la colonia. La corrente in questo punto non  molto forte, infatti, questo tipo di castagnola, tende a stare in zone pi riparate della barriera corallina.
Un pesce chirurgo vela (Zebrasoma desjardinii) dalla colorazione nerastra e con striature laterali di colore giallo, una combinazione bellissima ai miei occhi, se ne sta quasi fermo tra i coralli. Il pesce discoidale, lungo quasi trenta centimetri, fugge non appena Marco cerca di avvicinarlo per una ripresa. Intanto altre centinaia di castagnole verdi-blu ricoprono i coralli come un tappeto vivente. Sono talmente estasiato che mi riesce difficile orientare la camera per una ripresa, cos mi godo lo spettacolo e lo registro nella mia mente, l'unico posto dove rimarr invariabilmente registrato per tutta la mia vita. Alle castagnole si uniscono i pesci damigella limone (Pomacentus sulfureus) dalla colorazione vivida, si muovono con movimenti agili e vigili. Fabrizio ed Enzo il presidente giocano con un paio di loro, che non vogliono proprio unirsi al piccolo branco.
Una cernia marmorizzata (Epinephelus polyphekadion) si solleva da dietro un corallo molle di colorazione bianco-giallastra. La creatura, lunga circa quaranta centimetri e dalla colorazione verdastra e nerastra, mi passa sotto le pinne per fuggire via, il gruppo alle mie spalle riesce a guardarla molto bene. Un banco di una quindicina di esemplari di sergente maggiore (Abudefduf vaigensis) passa tra me, Fabrizio, Sigfrido ed Enzo De Marco. I pesci sono magnifici, lunghi circa una quindicina di centimetri ciascuno.
Questa avventura nel mare ci sta offrendo una visione naturale bellissima, che raramente mi era capitato di vedere in altre immersioni.
A cinque metri il computer segnala la sosta, ma noi proseguiamo a quella quota, in modo da terminare la fase di sicurezza costeggiando la parete corallina. Il panorama della barriera si arricchisce di vita, soprattutto di cernie, ne conto almeno cinque specie diverse, non molto grandi in taglia tuttavia, forse sono esemplari giovani che si riparano dai predatori prima della fase adulta. I coralli di fuoco sono moltissimi e tutti ramificati in maniera bellissima.
Ci troviamo nella zona di disturbo delle onde e siamo leggermente sballottati. Uomini e creature marine danzano per cause di forza maggiore; una danza pericolosa per noi, poich, oltre al rischio di farsi male in caso d'impatto sulle rocce, si rischierebbe anche di venire punti dai coralli di fuoco. Indossiamo tutti delle mute lunghe, tuttavia le mani sono scoperte, dato che in Egitto  vietato indossare guanti, in modo da non essere tentati dal toccare animali e coralli vari.
Ci allontaniamo dalla barriera e le nostre guide lanciano il pedagno. I due zodiac dell'Alpha Librae non tardano ad arrivare e noi risaliamo tutti molto velocemente, con gran disappunto per Claudio, che magari aspettava una nuova occasione per prenderci in giro, tuttavia gli  andata male stavolta e noi ridacchiamo come avvoltoi davanti una carcassa da smembrare, ma anche per un altro motivo:  stata un'immersione stupenda.
Gioele dice: Stasera prendo la canna da trenta libbre, voglio vedere se riesco a prendere qualcosa.
Sempre se uno squalo non se la frega prima. Rilancia Fabrizio.
Ridiamo tutti, mentre ci sfiliamo le pinne e ci asciughiamo la faccia. Siamo ubriachi di mare e felici per l'avventura che stiamo vivendo.
Sono le quattro spaccate del pomeriggio quando ci sediamo sulle nostre postazioni dell'Alpha Librae; ci possiamo spogliare, asciugare e rilassare. Ci raccontiamo l'immersione nei pi disparati dettagli e da differenti punti di vista.
La sera cala quasi rapidamente dopo le diciotto e trenta, come consuetudine a queste latitudini. L'isola  avvolta da un dolce colore rossastro, il disco solare scende sulla distesa marina; l'isola di Big Brother si tinge di rosso sulle sue scogliere e il faro sembra l'unico testimone di questo rapporto ancestrale tra mare e sole, invece ci siamo anche noi a godere di quello spettacolo.
L'atmosfera sulla nostra imbarcazione, come sulle altre, si fa conviviale e, nonostante i primi sentori di stanchezza per le tre immersioni impegnative, siamo tutti sulla plancia di poppa dopo l'abbondante cena, per godere della magnifica serata calda e chiacchierare allegramente di avventure marine, tra una birra e una sigaretta. Il mare ha il potere di unire agli estroversi anche gli animi pi chiusi e introversi. Perch? Mi chiedo, non ho risposte, so solo che dipendono dalla distesa marina che si apre davanti ai miei occhi, seppur immersa nella notte.  un mistero vecchio come il mondo.
Gioele mantiene la promessa, tira fuori una canna da trenta libbre. Ormai  buio e l'amico getta l'amo con esca artificiale tra i flutti. Poco dopo, quasi a reclamare il suo territorio, sbuca uno squalo oceanico a punte bianche. Il grande Carcharhinus longimanus appare sotto la fiancata di dritta, ed  illuminato trasversalmente dalle luci di coperta dell'Alpha Librae. L'animale sembra un fantasma, con quel bianco intorno alle pinne e il nuoto sinuoso.
Penso a un incontro nel cuore della notte con il predatore marino, certamente non consigliabile; non a caso le immersioni notturne sono vietate in questa zona. Il comportamento degli squali cambia durante la notte, e di parecchio pure. Illuminato anche dalle nostre torce, tuttavia, lo squalo si spaventa e scompare con un colpo di coda. Dopo cinque minuti la lenza comincia a filare a velocit incredibile, tanto che lo stesso Gioele ha difficolt a tenere la canna.
Siamo tutti intorno a Gioele, come bambini all'uscita da scuola che vogliono giocare con lo stesso gioco.
Noi pensiamo sia lo squalo a tirare la canna in quel modo.
Gioele, teso sulla canna e senza togliere gli occhi dal mare nero, decreta.
No.  un tonno di sicuro.
Sorrido senza farmi vedere. Mi ricorda la battuta del film Lo Squalo, quando Hooper, per schernire Quint, decreta che "si tratta di un marlin, o di una pastinaca, uno squalo non  di sicuro". Sappiamo tutti come and a finire nel film!
Il filo si spezza e dopo pochi secondi si fa vedere il longimanus dallo specchio di poppa, planando come un piccolo aereo verso dritta. Scatto parecchie fotografie, ma la luce  scarsa, lo squalo  veloce e ho difficolt a fare foto decenti, inoltre l'imbarcazione rolla costantemente.
Io, Marianna (anche lei armata di reflex) e Sigfrido rimaniamo per una buona mezz'ora a contemplare il grande squalo nei suoi ripetuti passaggi intorno all'imbarcazione.
Man mano scompaiono tutti nelle loro cabine sottocoperta. A tarda sera siamo presenti solo io, Fabrizio e Marco. Loro due fumano come incendi boschivi in tarda estate, io scatto foto notturne con un piccolo treppiede portatile, ma poco efficace. Dopo un altro paio di birre con Marco, vado a dormire anch'io e m'inabisso in un sonno pi profondo della fossa delle Marianne, tanto da non sentire nemmeno i potenti motori dell'Alpha Librae accendersi alle quattro e trenta del mattino.
Siamo diretti su Small Brother Island; ci attendono altre meravigliose avventure subacquee.
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SMALL BROTHER ISLAND.
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La piccola isola egiziana giace a quasi un miglio dal fratello maggiore. Alle cinque e quindici suona la sveglia e salgo nel salone centrale. Il crepuscolo violaceo tinge il mare verso l'Arabia e la forma della piccola isola appare nera come il dorso di una balena che sta emergendo dal mare. Sorrido a quell'immagine, mi faccio un caff e prendo un po' di cioccolata fondente, raggiungo Marco e Fabrizio nel salone poppiero, come di consueto fumano tranquillamente sulle poltrone in vimini.
Marco mi guarda e ride.
Domando: Che c'?.
Affacciati verso prua. Sghignazza.
Salgo la scaletta di dritta con curiosit crescente e oltrepasso il Flying Bridge e la plancia di comando, verso prua. Claudio  a gambe incrociate sul pulpito prodiero, nella classica posizione del loto, con le mani congiunte in preghiera; sembra uno di quei strani monaci orientali col saio rosso, solo che lui ne indossa uno verde e largo. Continua nella sua posa statuaria da Buddha. Scendo nuovamente dabbasso, il vento  micidiale e la corrente del mare  fortissima.
Ma che sta facendo? domando a Marco.
Ringrazia il sole per il nuovo giorno. Cos mi ha detto ieri mattina, quando gliel'ho chiesto. Poi spegne l'ennesima sigaretta. Sorrido e sorseggio il caff bollente.
Beh, se proprio lo desidera, penso fra me e me, ognuno  libero di ringraziare qualsiasi divinit, o astro celeste perfino, o qualsivoglia essere sovrannaturale in cui si crede. Siamo in un mondo libero, forse!
Termino la bevanda e prendo la fotocamera. Il sole rosso  davvero stupendo e gli dedico una buona fetta di scheda SD della mia Nikon.
Claudio scende dal ponte superiore e ci saluta cordialmente. La guida prende i pennarelli dal suo solito astuccio e, dopo aver cancellato il disegno di Big Brother, passa a disegnare il fratello minore, dove siamo ancorati con le nostre sciamandure.
Small Brother Island  un grosso, enorme scoglio dal profilo rettangolare, dalla forma in pianta pressappoco circolare e dal diametro di circa cinquanta metri. L'isola  priva di vegetazione.
A noi non interessa la superficie arida delle rocce, ma quello che sta sotto la superfcie del mare: un vero furore di vita marina.
L'occhio ciclopico e insanguinato del sole avanza nel cielo azzurro scuro, iniziamo a pregustare la nuova giornata d'immersioni, come fossimo un branco di leoni intorno alla preda succulenta.
Claudio termina il disegno e lo illustra nel suo perenne tono serafico, rotto da rare burrasche verbali.
L'Alpha Librae  ancorato sul lato sud occidentale dell'isola, al bordo di un pianoro sommerso e profondo meno di un metro, che circonda la piccola isola come una sorta di anello protettore. Oltre il bordo di questo bassissimo pianoro, martellato dalle gigantesche onde (quindi non  proprio una laguna dalla calma celestiale) vi  il drop di corallo. Tale scalino salta sino a quaranta metri di profondit, sul lato sud, e fino a sessanta metri sul lato nord. Non  uniforme, ma poi degrada fino agli abissi con una pendenza ancora notevole, variabile da punto a punto; sul lato nord forma anche una sorta di pianoro a settanta metri circa. Tutto il lato orientale dell'isola, invece, a profondit comprese tra i venti e i quaranta metri,  costellato di gorgonie enormi e bellissime, stando a quanto afferma Claudio, da vedere assolutamente, tuttavia bisogna fare attenzione alle correnti, poich sono fortissime.
Claudio insiste sulla rapidit della discesa in acqua in maniera sincrona a GAV sgonfio.
Ieri si  ribaltato un gommone sul lato orientale di Small Brother, assume un volto serio e ci guarda ancora, fortunatamente nessuno si  fatto male, ma hanno perso tutte le attrezzature fotografiche e il gommone si  fracassato sul reef, il motore pure. Insomma un bel casino. Continua a guardarci. Noi annuiamo.
Bene, vi potete preparare. Quelli presenti, naturalmente. Dice Claudio, con un sorriso quasi ironico. Marianna ed Enzo de Marco non sono proprio usciti dalle rispettive cabine, Sigfrido  tornato a letto appena Claudio ha iniziato a disegnare lo schema e Gioele non se la sente di scendere in acqua, vuole rilassarsi sotto i primi raggi solari con un bel caff.
Scendiamo io, Marco, il presidente Enzo e Fabrizio. Le guide sono Claudio e Hamada.
Sono le sei e undici del mattino quando scendo in acqua dalla plancia di poppa con il mio solenne passo del gigante, e devo reggermi alla cima dell'ancoraggio se non voglio essere sparato come un siluro in pieno Mar Rosso dalla corrente. Ci sentiamo tutti come bandiere che sventolano durante un uragano, l appesi alla cima, ma non vi  altra via: dobbiamo avvicinarci al drop del corallo, dove la corrente  debole.
Quando ci arriviamo, scendiamo tutti a otto metri di profondit, compensando molto velocemente.
Lungo la parete regna la calma, il mare ancora non riceve appieno la luce del sole, poich  ancora basso sull'orizzonte,  un'immersione crepuscolare, almeno nei primi minuti. A venti metri di profondit guardo il blu scuro diventare nero sotto di noi e poi verde e giallastro, lungo la parete abbellita di coralli in dozzine di forme. Claudio e Hamada si mantengono pi verso il mare aperto, al limite del flusso della corrente.
Claudio ci indica immediatamente qualcosa lungo la parete, verso nord, allora seguo il suo braccio come un marinaio seguirebbe l'ago della bussola. Vedo qualcosa di grosso e largo muoversi sul tappeto corallino.
Capisco cosa sto osservando: nell'acqua scura una magnifica tartaruga embricata (Eretmochelys imbricata) bruca tra i coralli molli. Sono estasiato, mi avvicino, non troppo, non voglio disturbarla durante la colazione. La creatura continua indisturbata a mordicchiare i coralli mentre io, Marco, Enzo e Fabrizio, arriviamo come un branco di tonni sulla preda fotografica. Tuttavia ci disponiamo in un largo emiciclo a tre metri di distanza dal rettile marino; la tartaruga embricata muove le zampe anteriori (o pinne, dotate di un'unghia a spina all'estremit) per mantenersi in equilibrio, e con il becco appuntito e affilato, simile a quello di un rapace, taglia e strappa abbondanti porzioni di coralli e spugne. Studi recenti hanno dimostrato che questa specie si nutre prevalentemente di spugne, fino al settanta per cento della sua dieta.
Osservo la magnifica colorazione del dorso, verde-giallastro; sulla fronte si riconoscono perfettamente le quattro scaglie ordinate in una corretta sequenza, le zampe hanno un fondo colorato di bianco e giallo, con macchie marroni, che donano un aspetto maculato alla creatura.
Sento Marco e Claudio scambiarsi dei vocalizzi indistinti nell'erogatore, mi volto e vedo un grande pesce Napoleone risalire da quaranta metri di profondit.  bellissimo e lungo quasi un metro e mezzo. Gli andiamo incontro, lui si avvicina e si ferma a una decina di metri da noi, noi non possiamo andare oltre, a causa della miscela EAN arricchita. Il grande animale si muove in parallelo alla parete e ci osserva con i suoi grandi occhi globulosi, sento l'allarme del computer subacqueo sulla profondit limite raggiunta e risalgo di alcuni metri. Verso la parete la tartaruga se ne sta ancora l a brucare tranquillamente, l'animale mi osserva con i suoi occhi di ossidiana. Amo profondamente le tartarughe, tutte le specie. Dopo gli squali sono gli animali che apprezzo di pi. I cheloni sono rettili primitivi, hanno conquistato terre, fiumi, laghi e mari in duecento cinquanta milioni di anni di evoluzione.
Marco mi fa un cenno verso una direzione, dove Hamada ha scovato una murena enorme in un'apertura nel corallo; la creatura  lunga, con una grossa testa, ma sparisce subito nella profonda fenditura rocciosa, solo Marco ne  riuscito a godere appieno.
Fabrizio e il presidente, invece, seguono Claudio verso nord; ci accodiamo anche noi, Hamada chiude sempre la coda.
Scendiamo sino a circa ventotto metri, dove le grandi gorgonie di Hickson si aprono in immensi ventagli lungo la parete nord dell'isola. Questi coralli molli hanno una colorazione variabile dal grigio chiaro al verde in varie tonalit e il loro nome scientifico  Subergorgia hicksoni. Raggiungono quasi tre metri di ampiezza e possono celare quasi completamente un subacqueo. Molti fotografi sub amano queste gorgonie per la possibilit di inserire figure umane seminascoste dall'Ottocorallo stesso, creando composizioni di grande effetto. Carpe diem e premo il tasto ree mentre Fabrizio passa dietro una grande gorgonia. Poi mi diletto in un rilassante slalom tra i ventagli giganti, che donano un'aria preistorica al sito subacqueo; atmosfera accentuata dal fatto che la luce del sole ancora non illumina perfettamente il fondo sino alla nostra profondit.
Claudio ci richiama con lo shaker metallico: due tonni enormi e dal viso minaccioso nuotano parallelamente a noi, la corrente proviene sempre da nord e in questo punto incomincia a essere molto forte. Superiamo l'ultimo ventaglio di gorgonia, i grandi tonni perseverano nella loro rotta controcorrente. I pesci sono lunghi circa due metri e mezzo e si muovono in assetto perfetto con i loro riflessi metallici sul dorso.
In quel momento qualcosa spezza il colore blu scuro verso nord.
Intuisco immediatamente di cosa si tratta, perch la silhouette mi  familiare, immortalata nella mia mente, tuttavia  un animale che non ho mai visto prima.
 un pesce martello.
La larga testa del pesce cartilagineo fende il mare blu, attraversando il flusso della corrente. La creatura si muove lentamente, come se tutte le forze del mare fossero dalla sua parte. Lo squalo passa vicinissimo ai due tonni, che permangono imperturbabili nel flusso controcorrente.
Si tratta di uno squalo martello smerlato (Sphyrna lewini) ed  una magnifica femmina di tre metri; plana come un aereo verso di noi, sempre nel suo immutabile movimento al rallentatore. Strizzo gli occhi dietro la maschera, forse sto sognando questa visione equorea, ma non  cos: il pesce  reale e dista da tutti noi pochi metri. Il dorso  grigio scuro, la pinna dorsale  alta e dritta, ma non a falce come il cugino maggiore (S. mokarran). Gli occhi sono grossi e neri alle estremit della testa, si muovono leggermente nella nostra direzione, percorro con
lo sguardo il largo martello, le narici si aprono con due fenditure alle estremit della testa, sotto la mascella inferiore appaiono i denti bianchissimi e affilati come rasoi. Rimango sospeso vicino alla parete, mi assicuro che la camera stia riprendendo, anche se nel mio cervello l'immagine  stampata a fuoco.
L'adrenalina percorre i nostri corpi mentre il grande pesce raggiunge il limite del mio campo visivo, per poi ricomparire dopo dieci secondi esatti poco pi a nord, dalla parte opposta. La sua figura diventa nera controluce, il disco solare lascia un alone biancastro circolare sulla superficie del mare, trenta metri sopra le nostre teste. Lo squalo martello ondeggia con movimenti fluidi la potente coda muscolosa, dal lobo superiore lunghissimo. Sono estasiato, l'atmosfera  conturbante, mi sento eccitato nel profondo, magicamente attratto da quella creatura atavica, non mi sembra nemmeno di stare sul pianeta Terra.
Lo squalo ci indaga con i suoi grossi occhi, ancora pi misteriosi, rispetto ad altri squali che ho visto, forse a causa della loro posizione ai lati della larga testa, che dona loro una vista di trecentosessanta gradi. I pesci martello sono capolavori dell'evoluzione, il loro muso a martello gli consente di aumentare di dieci volte la superficie dedicata agli organi recettori.
Che meraviglia!
Il pesce martello  un vero ambasciatore di un altro mondo.
Claudio si avvicina molto e lo squalo non sembra curarsene, anzi si avvicina nuotando in parallelo nella corrente. Dopo sessanta secondi lo squalo scende
a quaranta metri, poi cinquanta, infine scompare nel blu scuro oltre i settanta metri.
Claudio e Hamada si guardano: dobbiamo rientrare.
Ripercorriamo la parete verso sud e risaliamo nel punto dal quale eravamo scesi. La corrente e almeno tre volte pi forte di prima e le onde sono micidiali.
Mi aggrappo con tutte le mie forze alla cima della shamandura e cos tutti gli altri, avanziamo come montanari sospesi su un burrone acqueo. Ho davvero difficolt a reggermi, tuttavia, pian piano, riusciamo tutti a raggiungere la cima sospesa sotto la scaletta di poppa.  questo il momento pi pericoloso: infatti, oltre che a dover lasciare la cima principale, bisogna afferrare l'altra al volo sotto la poppa, mentre sventola come un serpente incazzato nella corrente. In tutto ci la scaletta metallica fa su e gi con le onde; quindi bisogna sincronizzare il piede e la pinna sulla scala d'acciaio nel punto inferiore della sua discesa, altrimenti si rischia di finire sbattuti come calzini in una centrifuga.
Mi giro e vedo il presidente Enzo strappato dalla cima principale della shamandura. Non ha retto: la corrente  troppo forte e l'uomo viene trascinato in mare aperto con la stessa velocit di un ferro da stiro lanciato da una finestra.
Lo osservo attentamente: in dieci secondi netti percorre pi di trecento metri, trasportato dalle onde e dalla corrente. Incredibile! Uno dei ragazzi a bordo dell'Alpha Librae salta su uno zodiac e parte a tutto gas per recuperare il presidente. La manovra non  facile e uomini e gommone sono trasportati ancora pi a sud. Infine Enzo  recuperato e noi tutti riusciamo a salire a bordo.
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PARETE OCCIDENTALE.
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Ancora grondante di acqua, Marco accende come un fulmine il piccolo e grigio Mac; Sigfrido e Gioele intuiscono e cominciano a stuzzicare l'istruttore, che ghigna come un lupo e s'infila una sigaretta tra le labbra bagnate. Sulle nostre facce  stampato un sorriso radioso. Il piccolo computer si avvia e lui sputa nuvolette di fumo grigio, mangiate dal vento.
Dalla micro SD della GoPro appaiono le immagini del grande squalo martello e ne rimaniamo tutti estasiati. Circondiamo il tavolino come se vi fosse stato depositato un qualche idolo archeologico appena ritrovato da Indiana Jones in persona. Persino Claudio torna a sedersi tra noi per ammirare la creatura, non capita tutti i giorni di nuotare con un pesce martello di tre metri.
Marco avvia anche gli altri video, dove si vede la tartaruga embricata, il pesce Napoleone, le grandi gorgonie a ventaglio e i tonni dalla livrea metallica. Che immersione magnifica, indimenticabile davvero.
L'Alpha Librae si muove e uno dei ragazzi salta sul gommone per afferrare la cima della shamandura. Chiedo a Claudio cosa stia succedendo.
Dobbiamo ancorarci meglio, per far spazio a quella imbarcazione. Dice, additando a un altro Motor Yacht. Il nostro capitano molla gli ormeggi e ci allontaniamo di qualche centinaio di metri, disegnando un ampio cerchio sul mare blu. Poi infine ci ancoriamo nuovamente, ma pi vicini al reef. Ora la colazione  pronta.
Alle dieci ci prepariamo. Durante il briefing Claudio ci ha illustrato questa nuova immersione, da eseguire lungo la parete occidentale dell'isola, ridossata, con assenza di corrente, o comunque molto bassa rispetto al lato orientale. Naturalmente bisogna sempre superare il tratto dalla barca sino al reef, dove la corrente  fortissima.
Alle dieci e quindici entriamo in acqua. Uno per uno afferriamo le cime e ci avviciniamo alla parete di roccia. La temperatura dell'acqua  di ventisei gradi centigradi.
A cinque metri la luce  bellissima e la parete corallina dell'isola di Small Brother scende quasi verticale; la superficie del mare  striata dalle cime di ormeggio delle shamandure, che formano una sorta di ragnatela illuminata dai raggi solari e sotto una perenne tensione delle grandi imbarcazioni che dondolano tra le onde del mare.
Ormai siamo quasi avvezzi alla ricchezza di vita delle barriere coralline del Mar Rosso. A dodici metri Marco devia improvvisamente, scendendo sino a sedici metri, qualcosa lo ha attirato: una tartaruga embricata non molto grande se ne sta semi nascosta a riposare in un anfratto, dedichiamo alla creatura una bella ripresa.
I coralli molli giallastri riempiono la visuale per intero, rotta da un velocissimo pesce pappagallo dai colori sgargianti, di cui non riesco a identificarne la specie; mi volto e nel blu appare un piccolo banco di carangidi, nuotano in formazione a circa trenta metri. Osservo nuovamente la parete: scende con un angolo di circa ottanta gradi per parecchie decine di metri, per perdersi sul fondo blu scuro, senza nessun pianoro a spezzarla. Come sempre Claudio guida il gruppo e Hamada chiude la coda. Sigfrido e Marianna sono intenti in riprese e fotografie, io e gli altri li precediamo lungo la parete.
Un enorme ramo di gorgonia con il suo ventaglio si apre nel blu a circa ventidue metri. La formazione  circondata da miriadi di pesci dai colori sgargianti che vi trovano riparo.  incredibile la ricchezza di vita lungo questa parete, ho come l'impressione di trovarmi davanti a un arcobaleno.
Guardo verso l'alto, ventotto metri sopra di me, lungo la cima di una shamandura, un grosso barracuda ondeggia in parallelo alla parete di roccia. I bagliori grigi della creatura arrivano sino a noi in profondit. Un altro barracuda, invece, si avvicina a noi, ci osserva con il suo occhio nero e subito dopo nuota via con uno scatto fulmineo, sparendo verso i quaranta metri.
Sotto di me, a circa trentacinque metri, un grosso pesce Napoleone nuota lentamente; cerco di avvicinarmi per fare una ripresa migliore. Il pesce si allontana lungo il reef e il mio computer mi ricorda di non oltrepassare i limiti, risalgo alla quota precedente.
Un bellissimo pesce scatola arabo (Ostracion cyanurus) passa vicinissimo al nostro gruppo per poi allontanarsi lentamente nel blu; io, Marco e Sigfrido lo seguiamo per un po', poi torniamo verso la parete.
Quattro grossi carangidi dorati di quaranta centimetri ciascuno, passano tra me e Marco, che sorride dietro la maschera per lo strano incrocio. I pesci spariscono in una grossa fenditura corallina che potrebbe ospitare un camion.
Quando rientriamo all'Alpha Librae, mi rendo conto che  stata un'immersione davvero rilassante, di quelle che ti fanno vagare con la mente lontano da tutto, persino dal mondo. Anzi avverto quasi una sensazione spiacevole, nel tornare verso l'imbarcazione.
Dopo il pranzo, verso le due del pomeriggio, Claudio ci chiede cosa vogliamo fare: partire subito per Daedalus Reef o fare una terza immersione a Small Brother e poi partire pi tardi? Il vantaggio nella prima opzione, ci spiega,  che, partendo subito, potremmo fare la prima immersione l'indomani mattina sul presto, poich l'Alpha Librae arriverebbe intorno alle due del mattino a Daedalus, dopo dodici ore di viaggio in mare. Partendo pi tardi, invece, saremmo quasi impossibilitati a fare la prima immersione sul presto, che  quella dove ci sono pi probabilit di osservare gli squali.
Decidiamo quasi all'unanimit di partire subito per sfruttare tutte le possibilit sulla prima immersione.
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DAEDALUS REEF.
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Ci lasciamo alle spalle i "Due Fratelli", le Brothers Islands: rotta a sud, nel cuore del Mar Rosso. Sento una strana emozione di felicit, come quando si  innamorati e si freme per rivedere la nostra dolce met: forse  questa l'avventura, una sorta d'innamoramento per una libert, un qualcosa che si trova sul nostro pianeta, nei mari, negli oceani, sulle montagne, sulle grandi pianure baciate dal sole, chiss, pu darsi che sia l'unico amore che si possa vedere e toccare. Magari anche gli astronauti provano sensazioni di questo tipo, quando ascendono nell'atmosfera. Uno dei miei scrittori preferiti, Stephen King, disse: "Quando l'amore precede la libert, si manifesta in ondate cos limpide che sono capaci di cristallizzare il cuore in un tono imperativo".
I ragazzi sullo zodiac mollano le cime dalle shamandure nel corallo e l'imbarcazione lascia il ridosso. Il vento e le onde enormi attaccano subito l'Alpha Librae. La corrente  fortissima e il Motor Yacht svolge velocemente le manovre di virata, accelerando verso sud: viaggia col vento in poppa, lasciandosi cavalcare dalle onde di quasi quattro metri.
I pesci volanti schizzano via tra le onde a velocit sorprendenti, sembrano nugoli di frecce di un antico popolo in combattimento, nonostante il rumore assordante del vento, dei motori e delle onde, sento il Frrr delle loro ali come se fosse uno stormo di uccelli in un prato.
Sono stupefatto!
Non avevo mai visto i pesci volanti e non pensavo potessero essere capaci di prodigi simili, ecco come si comportano: ogni singolo individuo del banco schizza fuori dall'acqua, volando per molti metri, i pesci rallentano persino in volo, come normalissimi uccelli, per poi scendere in picchiata nell'incavo di un'altra onda. Qualche volta riesco a contare sino a dieci secondi di volo per ogni singolo animale.
Incredibile!
Le pinne sono lunghissime e a forma di ali, un adattamento evolutivo di milioni di anni, davvero peculiare e dovuto, a quanto asseriscono i ricercatori, alle difficolt di alcune specie di pesci di vivere nella fascia epipelagica degli oceani, lungo l'equatore e i tropici. Ci ha portato la famiglia Exocoetidae (i pesci volanti, o rondine anche) a prendere un nuovo sentiero evolutivo, permettendogli maggiore velocit e agilit anche con forti correnti.
Inoltre la loro attitudine al volo permetterebbe loro di aumentare il risparmio energetico e predare meglio i piccoli pesciolini di cui si nutrono. Insomma: uno stratagemma evolutivo che ha portato questa famiglia di pesci alla distribuzione in tutti i mari del mondo, con ben sessantaquattro specie descritte e studiate. La specie del Mar Rosso dovrebbe appartenere al genere Parexocoetus, con il
pesce volante africano (P. mento). Non ne sono sicuro, poich erano troppo veloci, ma vi  una buona probabilit.
Per dodici ore di fila l'Alpha Librae  martellato dalle onde, senza sosta, il vento da settentrione sembra essere una costante matematica su questa distesa marina, tanto da flagellarlo ininterrottamente, almeno in questa stagione.
Ognuno di noi ciondola in giro sulle comode sedie di vimini. Siamo cullati dal beccheggio. Io scrivo sul taccuino per ore, interrotto solo dalle ali dei pesci volanti. Enzo De Marco dorme per quasi sei ore di fila sul Flying Bridge superiore. Claudio se ne sta su una sedia a riflettere sul mondo, magari ringraziando Poseidone. Marco, Enzo Mucci e Fabrizio montano i video dei giorni precedenti, fumando e chiacchierando; di tanto in tanto compaiono Gioele, Sigfrido e Marianna per un caff, o una bevanda e quattro chiacchiere. Poi spariscono nel salotto o nelle cabine. Insomma sembra uno di quei pomeriggi scanditi da lattine di coca-cola, di birra, da tramezzini al tonno, da sigarette una dietro l'altra e da pisolini ristoratori.
Quando scende la notte, i fari poppieri illuminano di giallo i grandi marosi neri e ricoperti di spuma bianca, che si sollevano come mostri marini a fauci aperte dietro la poppa, tutto condito da uno spicchio arancione e diabolico di luna, che si arrampica nel cielo terso della notte stellata color argento.
Verso le undici di sera io, Fabrizio e Marco siamo gli unici sopravvissuti di questo pomeriggio di traversata; personalmente ho avuto un'ottima occasione per scrivere un terzo del libro che state leggendo.
Vado a prendere tre birre e mi rilasso con i miei amici,  complicato andarsene in giro tra i ponti con l'imbarcazione che beccheggia come una giostra.
Sono gi in branda quando arriviamo, all'una e quaranta del mattino, e le operazioni di ormeggio notturno portano via parecchio tempo all'equipaggio; nel dormiveglia sento le loro grida arabe sui due zodiac, che si alternano sul mare nero e spumoso. I ragazzi cercano freneticamente le shamandure, col rischio di rimanere accoppati dalle onde sul reef, senza contare i curiosi squali longimanus che si avvicinano nella loro ronda notturna mortale. Questi ragazzi sono davvero in gamba, uomini di mare come si vedono di rado.
La mattina, alle cinque, mi sveglio con la bocca impastata, salgo in coperta e mi guardo intorno, nel crepuscolo rossastro vedo l'isola: Daedalus Reef. Il suo faro svetta sul mare blu scuro come la punta di un iceberg che nasconde tutte le bellezze sotto la superficie marina, anzich sopra, e cos : la tristezza superficiale  ricompensata dall'impeto naturalistico sotto il mare. La costruzione  circondata da acque bassissime ricche di coralli. Man mano che il sole si alza, i colori del paesaggio si accendono. La colorazione della laguna  di un giallastro e verdastro che termina con un netto cambio di colore sul drop, verso il mare turchese e poi blu scuro sotto il nostro ancoraggio. Il pontile di legno, su cui poggia un binario per il carico delle merci, arriva verso il mare come un braccio scheletrico; ve ne sono due, di pontili, ma il pi vecchio  semidistrutto.
Siamo ancorati al lato meridionale dell'isola, ridossato, tuttavia tormentato da grandi onde che provengono da settentrione. Le profondit passano da meno di
un metro per la laguna, sino a mille metri oltre il drop di corallo, verso gli abissi
del Mar Rosso. Intorno alla costa dell'isola albergano acque davvero profonde.
Contemplo il panorama marino per molto tempo, lasciando che il vento caldo arabico mi porti gli odori di quei lontani lidi. Ci sono altre imbarcazioni ridossate come noi. Una di queste fa un rumore infernale con il generatore acceso. Fortunatamente il vento forte copre quasi del tutto quel rumore meccanico in quel paradiso naturale.
Quando Claudio suona la campana,  gi pronto con i suoi pennarelli e sta disegnando uno schema dell'isola. Disegna i contorni dell'isola e il faro. Il drop di corallo in superficie scende sino a un secondo scalino posto a profondit variabile dai quaranta metri sul lato meridionale sino a circa sessanta su quello settentrionale; oltre, le pareti degradano verticalmente sino a centinaia di metri nel blu. Questo secondo scalino forma un debole pianoro, pi marcato sul lato meridionale, il nostro ancoraggio  profondo circa venti metri, ridossato esattamente sul drop.
Claudio ci spiega che le immersioni sono sostanzialmente molto simili a quelle effettuate alle isole Brothers, tuttavia, se lo desideriamo, possiamo ricorrere all'utilizzo del GPS portatile. Siamo tutti d'accordo. Claudio e Hamada prendono una scatola, dove sono riposti tutti i GPS portatili, composti di un cilindro giallo dal diametro di cinque centimetri e una lunghezza di circa venti centimetri; un tappo rosso chiude la parte alta, l'intero strumento  fornito di custodia color arancione. In caso di smarrimento in mare bisogna ruotare il tappo rosso e aspettare l'accensione della luce arancione superiore, per attivare cos il congegno elettronico, rilevabile dal sistema nautico dell'Alpha Librae, che invier lo zodiac per il recupero. Naturalmente il tutto  condito da onde enormi e la possibilit di ricevere le attenzioni da parte di qualche squalo longimanus di passaggio. Claudio ci raccomanda di legare attentamente il congegno GPS al GAV, magari con dei moschettoni e delle sagole, poich in caso di perdita in mare ci attribuir l'intero costo dello strumento, pari a circa settecento euro.
Qualcuno bestemmia, altri mugugnano disaccordo, non si sa se per la possibilit di ricevere le attenzioni degli squali dopo che ci si perde in mare, o per le settecento euro da pagare, o magari entrambe.
Digeriamo tutti la notizia. In realt, la sera prima, mentre eravamo nel salottino in tarda serata, Fabrizio aveva pazientemente spiegato a me e a Marco questo sito d'immersione, famoso a livello mondiale non solo per le bellezze selvagge, ma anche per la pericolosit, e le difficolt insite in ogni singola immersione. D'altronde la formazione personale che si raggiunge dopo questo tipo d'immersioni, permette a noi subacquei di fare un passo in alto verso la nostra professionalit.
Tuttavia per molti sub queste problematiche, prima di essere affrontate realmente in mare, si materializzano come un puzzle a tre dimensioni nel cervello.
Alle sei e trentuno minuti siamo finalmente pronti, con bombole gi in spalla e pinne inforcate nella mano destra. La salita sui gommoni  sempre acrobatica. I due zodiac si riempiono velocemente e partiamo a razzo verso nord, lasciandoci una scia alle spalle.
Superato il punto pi occidentale di Daedalus, siamo immediatamente investiti da onde di quasi quattro metri, dei muri di acqua blu.
Spaventose!
Gli zodiac salgono su quei muri e i motori strillano il loro disaccordo. Infilarsi le pinne diventa un'operazione piuttosto complessa, prendo il ritmo con il moto ondoso e inserisco una pinna alla volta, quando il gommone entra nell'incavo tra le onde.
Mi accerto che la bombola sia aperta e che l'erogatore funzioni. La discesa avverr sempre a GAV sgonfio, sino a cinque o sei metri, compensazione velocissima e necessaria, ci ripete Claudio.
Quando raggiungiamo il settore settentrionale, le onde martellano il reef con un ritmo terrificante, cui segue una sorta di rombo di sottofondo. Ho pi paura di essere trascinato da quei muri d'acqua sul reef, che degli squali.
Claudio scaccia quei pensieri con il suo urlo.
Uno, due, treeeee...
Saltiamo sincroni come sommozzatori militari, mi ritrovo nel caldo blu, sotto di me il nulla per centinaia di metri, mi sembra di volare, compenso le orecchie a velocit inverosimile e guardo il computer, sei metri e mezzo, poi sette, otto.
Cristo: un siluro!
Rallento come un aereo in fase di atterraggio e guardo gli altri, Fabrizio mi affianca e ci riuniamo con l'altro gruppo.
Il posto  a dir poco stupendo: la gigantesca parete corallina di Daedalus Reef incornicia il mondo sommerso verso sud come un quadro di Monet, sono esterrefatto dalla bellezza dei colori, l'acqua  limpida come il cristallo, sembra che non ci sia. Guardo verso la superficie: i treni d'onda spumeggianti passano veloci sopra la mia testa come bisonti inferociti in una pianura americana.
Temperatura ventinove gradi centigradi e nove metri di profondit, continuiamo a scendere, Claudio prende la guida del gruppo e prosegue, lo seguiamo in una strana formazione piramidale, con la punta rivolta verso la parete corallina.
Uno stormo di subacquei in volo sottomarino, che magnifica visione.
Fabrizio scende sotto di me di qualche metro e a un certo punto indica qualcosa verso il basso, anche Claudio allunga il braccio e cos tutti gli altri. Premo il tasto di registrazione sulla GoPro.
Dal blu profondo compaiono tre squali martello, si materializzano come fantasmi, nuotando lentamente in grandi e ampi cerchi, mentre risalgono verso di noi; sono ancora molto profondi, circa sessanta metri e la nostra miscela nitrox non ci permette assolutamente di superare una determinata quota.
I tre squali poi spariscono nel blu oltre gli ottanta metri, continuando le loro sinuose acrobazie sottomarine. Claudio e Hamada fanno cenno di muoverci verso la parete corallina.
Dopo quaranta secondi i tre squali martello compaiono nuovamente, ma da nord, sono a meno di dieci metri di Hamada, che non si accorge della loro presenza, n tantomeno Claudio; Enzo Mucci li indica e lo superano persino, fortunatamente ho ancora la GoPro in registrazione e i tre grandi squali martello smerlati fanno un passaggio vicinissimo a meno di dieci metri. Sono colmo di emozione, l'esemplare in testa al trio  molto grande, pi di tre metri e il lobo superiore della coda si muove sinuoso come un lungo serpente. Passano sotto il nostro gruppo e compiono un ampio e lento giro. I riflessi del sole tropicale illuminano i loro corpi grigio metallo, in netto contrasto con il blu scuro sotto di noi. Gli squali compiono altri due giri, quando esauriscono la loro curiosit, e planano verso il fondo con le loro larghe teste che li fanno somigliare ad aerei da caccia, piuttosto che a creature marine con milioni di anni di evoluzione alle spalle.
Compare un altro gruppo di sub, poco a nord rispetto al nostro punto d'immersione. Uno dei subacquei del loro gruppo si stacca e scende sino a quasi sessanta metri in ARA (Autorespiratore ad Aria).
Non ci credo, eppure lo sta facendo,  talmente fondo che sembra un granello di pepe su un tavolo. Lo squalo martello pi grande si stacca dai due e si avvicina incuriosito al sub. Avevo sbagliato i calcoli, lo squalo  lungo quattro metri, calcolando la proporzione con il sub, completo di pinne. Dopo un breve contatto ravvicinato, la strana creatura si allontana con uno scatto fulmineo, per ritornare verso i compagni e cos fa anche il sub, che avr certamente accumulato minuti aggiuntivi di deco (superate determinate quote, il computer aggiunge minuti di sosta decompressiva, per smaltire l'azoto in eccesso nel sangue e nei tessuti).
Claudio e Hamada fanno cenno di seguirli, in breve ci avviciniamo all'immensa parete nord di Daedalus, un muro di roccia inclinata di ottanta gradi, ricca di vita corallina; noto molti rottami metallici lungo la parete, lunghi quasi una decina di metri, forse appartengono a navi che si sono scontrate con il reef e ora giacciono nel loro mortale sepolcro marino a decine e decine di metri di profondit.
Sono passati quaranta minuti, stando al mio computer e a quello degli altri, in sostanza dobbiamo quasi rientrare, fortunatamente percorriamo la parete corallina verso sud, in una rientranza riparata, dove poter tornare sugli zodiac. A otto metri di profondit inizia la fascia di disturbo delle onde, saliamo comunque a cinque per attivare la sosta di sicurezza automatica sul computer; la sosta si tramuta presto in una sorta di danza con le grandi onde che percuotono il reef e ci sballottano avanti e indietro, un'ottima prova di equilibrio per l'assetto. Guardo verso l'alto e il mare  di un biancastro striato al passaggio dei frangenti.
Raggiungiamo il punto di rendez vous dopo quindici minuti a cinque metri di profondit, anche la sosta di sicurezza  fatta e i nostri computer sono puliti. Claudio e Hamada lanciano il pedagno e dopo una manciata di secondi gli zodiac arrivano. Tuttavia le onde sono altissime e risalire a bordo non  semplice. Veloci come saette, eccetto qualcuno (Claudio da via libera a una delle sue rare tempeste
verbali e urlanti, ma ha ragione), risaliamo, passando cinta zavorrata e GAV al ragazzo a bordo e saltando con un colpo di reni e di pinne.
I gommoni ripartono a razzo con le onde in poppa. Claudio ci ricorda per l'ennesima volta la rapidit nella manovra di risalita.
Guardo il computer, sono le sette e sedici del mattino e il sole rovente ci illumina il viso rigato dall'acqua salata. I raggi solari allungano le loro dita calde e rosse sul reef e sul pontile, ancora addormentato.
Che avventura!  stata una grande emozione poter osservare quelle creature ataviche in mare.
Il mare  un posto misterioso che amo troppo, esso  capace di regalarti dolci momenti, simili a brevi pizzicate su un vecchio strumento a corda; ma il mare va anche rispettato, perch pu uccidere un essere umano con una facilit estrema. Al mare non importa nulla di quello che noi desideriamo,  una macchina naturale perfetta che ha vita propria, quasi, ed  estremamente potente, in alcuni casi. Ci sono delle regole e bisogna rispettarle, se non lo fai, potresti essere in pericolo.
Tuttavia il mare concede emozioni indescrivibili, cui non intendo rinunciare.
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SOTTO IL PONTILE.
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Il ding della campana ci ricorda che la colazione  pronta. Mi libero dell'attrezzatura, e per il momento desidero solo un caff caldo, magari qualcosa di dolce. Gli altri vanno sul salato, con uova e pancetta che sfrigolano nei piatti, rilasciando microschizzi di olio maleodoranti nel salone affollato. Mi viene in mente la frase di Confucio: "Puoi anche puzzare come un maiale, ma devi mangiare come un lupo". Fortunatamente tra un'immersione e l'altra ci facciamo tutti la doccia, ma la fame rimane, e tanta per giunta.
Il faro ci osserva in tono pigro, alcuni gruppi di sub decidono di scendere sul molo principale per andare a far visita ai custodi nella torre.
Il grande fanale dell'isola  posto lungo la direttrice che collega il Canale di Suez con l'uscita del Mar Rosso, esattamente nei pressi dell'isola vulcanica di Mayyun, o di Perim (in arabo Barim), dove si trova lo stretto di Bab el-Mandeb (letteralmente porta del lamento funebre), che porta al Golfo di Aden. L'atollo corallino di Daedalus ha visto la costruzione di un faro proprio per motivi di sicurezza, legati al traffico navale; da un punto di vista geologico l'isola si  formata sopra il cratere di un vulcano sottomarino subaffiorante in superficie, cosa che
ha permesso la formazione della scogliera corallina biocostruita. Dal 1956 il faro appartiene all'Egitto e nel 1993  presente una lampada pi potente.
Parlo con Claudio sulla possibilit di visitare il faro e mi dice che anche altri hanno espresso questo desiderio; quindi sicuramente dedicheremo un pomeriggio alla visita dell'isola. Bene, non vorrei certo perdermi un incontro con il rais del faro (il guardiano).
Alle dieci del mattino siamo pronti per una nuova avventura subacquea. Claudio ci spiega che questa sar sul lato sudovest dell'isola, ci immergeremo infatti dal nostro punto ancoraggio, passando sotto il pontile del faro, sino a raggiungere un punto verso nord dove il pianoro a trenta metri di profondit s'interrompe con un brusco salto nel blu.
Alle dieci e diciotto minuti entriamo in acqua con il passo del gigante, proprio dalla larga plancia poppiera. La corrente  presente, ma non  eccessivamente forte. Sgonfiamo i GAV e scendiamo rapidamente sul pianoro a venti metri di profondit, la parete  verticale: ricoperta di coralli.
Guardo verso l'alto: le cime delle shamandure s'intrecciano a formare grandi X ben visibili con il contrasto della luce del sole sulla superficie marina. Le nostre bolle risalgono lentamente verso la superficie. Osservando attentamente la colonna di bolle mi rendo conto che la corrente  limitata ai primi due o tre metri di colonna d'acqua, poi si spegne come una candela senza ossigeno. La pace ci avvolge e l'unico suono  quello dei nostri erogatori che sibilano nel cuore del mare.
Distendo i nervi, sembra quasi che il pianoro sul quale sto fluttuando sia un morbido tavolo da massaggiatore e il massoterapista sia il mare; mi sento in perfetta sintonia con l'ambiente in cui mi trovo. Il mio posto  esattamente quello, ora non vorrei essere in altro posto al mondo, con i miei compagni di viaggio che nuotano insieme con me.
Ripenso al film Waterworld, quando il personaggio di Mariner, interpretato da Kevin Costner, scende negli abissi blu con le sue attrezzature provenienti da un altro mondo. Siamo visitatori nel mare,  vero, eppure siamo mammiferi come tanti altri animali marini.
Vedo un guizzo argenteo spezzare il blu, il pianoro  costellato da teste di corallo tondeggianti e chiazze di sabbia finissima e bianca di natura coralligena. I colori dello spettro disegnano quel mondo subacqueo. Il guizzo appartiene a un barracuda, lungo circa un metro e mezzo, solitario, grigio ferro e dal nuoto lento; si trova a circa venti metri da me e pattuglia il suo territorio, esattamente al limitare esterno del drop del plateau.
Marco ed io ci avviciniamo a una strana formazione corallina, su cui sorgono come corone di fiori dei coralli molli multicolore; alcuni banchi di pesci si nascondono velocemente alla nostra vista. Marco gli dedica poca attenzione e prosegue oltre, io cerco di riprendere le moltitudini di pesci colorati, assomiglia tutto a un quadro ad acquerelli.
Due barracuda attraversano il nostro gruppo di sub, sono veloci, ci osservano attentamente con i loro occhi da predatori; la livrea argentea lancia riflessi
luccicanti alla luce del sole. Non so perch, ma da questo lato dell'isola il blu del mare sembra ancora pi intenso, forse  solo una sensazione, ma sembra che abbia un qualcosa di pastoso e gradevole alla vista. Magari  un gioco di luce creato dall'ora del giorno. Probabilmente eseguendo la stessa immersione un'ora pi tardi non ci sarebbe stata questa sensazione sul colore blu, chiss.
Comunque i due grandi pesci si allontanano verso il drop esterno, quello  il loro territorio di caccia, erano venuti solo a curiosare quegli esseri strani e puzzolenti di neoprene.
Nessuno squalo fa la sua comparsa dal blu; per lo meno noi non li vediamo, magari se ne stanno oltre il nostro campo visivo.
Fabrizio mi ha detto che la prima volta che venne a Daedalus, durante questa stessa immersione sotto il pontile, si ritrov uno squalo martello enorme che lo seguiva a meno di un metro, che fugg nel medesimo istante in cui Fabrizio si accorse di non essere propriamente solo. Personalmente mi preoccuperei di pi se lo stesso scherzetto me lo giocasse un longimanus, la loro curiosit  nota, ed  direttamente proporzionale con la loro pericolosit.
Davanti a noi vi  un banco di carangidi dal grande occhio (Caranx sexfasciatus), saranno circa sessanta o settanta esemplari in formazione, il banco dista da noi circa ottanta metri; sembra una grande nuvola nera sul fondo blu. Riusciamo ad avvicinarci e a fare delle buone riprese, i pesci non sembrano essere disturbati dalla nostra presenza; ogni singolo esemplare  lungo circa settanta centimetri.
Il Caranx sexfasciatus  una specie largamente diffusa in Mar Rosso e in tutto l'oceano Indiano. Quando questi carangidi non cacciano, si uniscono in formazioni enormi, come questa che stiamo osservando noi.
Alcuni tonni passano in parallelo al nostro gruppo, a meno di cinque metri, sono grossi esemplari di Gymnosarda unicolor, i massicci tonni del Pacifico, questi animali marini sono predatori voraci con formidabili denti conici. Si allontanano verso il blu profondo. Altri barracuda si mantengono pi in superficie, a circa dieci metri di profondit, raramente fanno incursioni verso di noi, a ventotto metri. Il mondo sommerso che osservo  una dualit perfetta: il mare profondo con le sue creature pelagiche e la barriera corallina a picco sulla parete dell'isola.
Mi avvicino a una testa di corallo dove, gi da lontano, erano ben visibili i classici anemoni con i pesci pagliaccio. Ne ho visti tanti in questi giorni ma, vi assicuro, che  sempre una grande emozione osservare questi pesci dai colori magnifici che difendono cos strenuamente la loro prole, in mezzo agli anemoni con i tentacoli a bolle.
Claudio e Hamada ci portano a una sorta di balcone naturale, ovvero il drop verso il blu profondo, la parte terminale del nostro pianoro dove abbiamo navigato sinora.
Guardo la parete corallina e vedo una formazione rocciosa strana, Claudio indica la parete e intuiamo cosa vuole mostrarci, ce ne aveva parlato durante il briefing.
La formazione ha la forma di un grande teschio, visto frontalmente, ed  largo circa trenta metri per quaranta di altezza. Enorme insomma!
Anche Fabrizio mi aveva parlato di questa sorta di formazione corallina a forma di teschio, e ricordo anche un sito internet che la descriveva come una delle caratteristiche di Daedalus.
Invece a me rammenta un'altra cosa. Quanti di voi ricordano l'alieno Predator nel film omonimo del 1987 con Arnold Schwarzenegger? Benissimo, avete presente l'elmo della creatura aliena, quella specie di maschera di metallo? Esattamente quel disegno.  incredibile, oserei quasi dire che Stan Winston sia sceso in questa immersione a Daedalus Reef per caso e abbia tratto ispirazione per l'accessorio alieno guardando questa strana formazione rocciosa. Ricorda vagamente anche le caricature dei teschi che disegnavano i pirati sulle bandiere nere, le famose Jolly Roger.
Ad ogni modo la forma corallina  davvero enorme e spettacolare, a tratti inquietante. E composta interamente di madrepore di vario tipo: coralli ondulati, a cono e a lampone. Il tutto si riassume in questa formazione rocciosa dall'aspetto bizzarro.
Inoltre per riprenderla interamente con la mia GoPro debbo distanziarmi di parecchio, tuttavia realizzo una bella ripresa con alcuni dei miei compagni che ronzano intorno all'elmo alieno corallino.
Claudio fa cenno di rientrare e Hamada si mette automaticamente in coda al gruppo. Ripercorriamo l'intero tragitto sin sotto il pontile, eseguendo la normale sosta a cinque metri e passando sotto gli scafi delle altre imbarcazioni ancorate alle shamandure.
Alle undici e venticinque, dopo un'ora e sette minuti d'immersione, smontiamo le nostre attrezzature sul ponte poppiero. Fabrizio e il presidente posano per un selfie con Claudio, in fondo  stata una gran bella immersione, molto rilassante e dai colori molto accattivanti.
Sigfrido e Marianna si scambiano commenti sui soggetti fotografati e, debbo dire, che entrambi hanno realizzato bei scatti. Sigfrido si lamenta del settaggio della sua GoPro, montata in parallelo allo scafandro fotografico, e chiede alcuni consigli sia a Marco sia a me, ma le nostre GoPro sono vecchi modelli, la sua  nuovissima, non riusciamo ad aiutarlo nel settaggio.
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LATO NORD.
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Sorrido fra me e me, sul gommone che affronta nuovamente le grandi onde: tutta la giornata che stiamo vivendo mi ricorda i famosi documentari di Jacques Y. Cousteau che vedevo da ragazzo, quando i sommozzatori della Calypso affrontavano le perigliose acque del Mar Rosso per girare film leggendari.
Le nostre bombole sul gommone cozzano, le imbarcazioni salgono sui muri d'acqua con i fuoribordo che urlano la loro disapprovazione. Le nostre pinne sono gi attaccate ai piedi, ma il tutto assume un intreccio rettiliano, sento il sudore scorrere con fili fastidiosi nei punti in cui la muta non fa contatto con la pelle, una cosa snervante davvero; tutti attendiamo il fatidico tre per lanciarci nel blu.
Sono le due e ventiquattro minuti del pomeriggio, il sole  una moneta arroventata inchiodata nel cielo, una sorta di foro ardente nell'azzurro; dopo tre minuti esatti Claudio e Hamada gridano quasi all'unisono sui due gommoni.
Uno, due, treeeee...
Nuova discesa a GAV sgonfio nel blu con tutto il gruppo di subacquei. Lo zodiac riparte a razzo. Mi sento pronto ad affrontare il corso sommozzatori dei Navy SEAL's americani. Mi farebbero fuori dopo dieci secondi, ripensandoci.
Tuttavia ormai siamo avvezzi a una compensazione velocissima delle orecchie.
A venti metri ci accorgiamo che c' qualcosa in profondit, anzi: sembra proprio che il fondo si muova, a circa cinquanta metri. Ognuno di noi allunga il braccio a indicare qualcosa. Sembra un tappeto enorme che ondeggia: invece  un immenso branco di squali martello che si sposta dal lato ovest a quello est dell'atollo.
Sono esterrefatto!
Lasciamo i GAV sgonfi e scendiamo sino a quaranta metri come siluri, proprio sopra il branco, mi accerto che la GoPro stia riprendendo e mi godo quel paradiso naturale. I predatori fluttuano nel blu come fantasmi silenziosi, quasi invisibili.
Non si tratta di pesci martello della stessa specie, me ne accorgo subito; dopo anni passati a osservare foto di squali, alcuni dettagli identificativi balzano subito all'occhio.
Il capo branco  lungo circa quattro metri ed  uno squalo martello maggiore (Sphyrna mokarran), il famigerato e temuto predatore, lo riconosco immediatamente dagli altri per via della lunga pinna dorsale a falce, l'altra specie  il pesce martello smerlato, che in quanto a dimensioni non  da meno.
Il branco di squali  gigantesco, si muovono tutti lentamente, i grandi corpi oscillano con movimenti sinuosi. Riesco a contare con certezza almeno ventotto grandi squali, ma sotto di loro, a circa sessanta metri ci sono altri pesci martello,
probabilmente sono ottanta squali. Inoltre in coda al branco vi  un altro gruppo di pesci. Davvero incredibile, siamo tutti inebriati, rimaniamo in assetto perfetto a circa quaranta metri, il mio computer suona come l'allarme di una banca durante una rapina, devo risalire urgentemente, sono in miscela nitrox. Intanto l'immenso banco di predatori continua inesorabile verso nordest, scendendo a sessanta metri, in luoghi sconosciuti degli abissi intorno all'isola di Daedalus Reef.
Gli animali spariscono come spettri e l'incontro  durato meno di tre minuti di orologio, tuttavia mi ha segnato profondamente nell'anima;  stata una delle pi belle cose che la natura mi abbia messo davanti, uno di quei momenti in cui essa stessa ti tocca l'anima, mostrandoti ci che , con la bellezza e la potenza delle creature che vivono sul nostro pianeta.
Risaliamo a circa venti metri e troviamo Fabrizio, ci indica con il dito l'orecchio sinistro, probabilmente ha avuto problemi di compensazione e non ha potuto seguirci per vedere il banco di pesci martello, un peccato, ma meglio non rischiare, un timpano perforato  una cosa micidiale.
Tuttavia Fabrizio ci indica qualcosa: un enorme carangide si avvicina, passando molto vicino al nostro gruppo.  un carangide gigante (Caranx ignobilis),  lungo un metro e venti ed  un grosso predatore diffuso in tutta l'area indopacifica. Raggiunge i centosettanta centimetri e predilige i pendii scoscesi delle grandi isole coralline. Preda abilmente altre specie di pesci e la sua colorazione  bellissima, il dorso  di un verde scuro che passa a un argento sul ventre.
Rimaniamo in attesa nel blu per circa cinque minuti, ma il mare adesso  vuoto. Claudio ci fa segno di seguirlo e Hamada chiude il gruppo. Torniamo verso sudovest, con barriera sulla spalla sinistra, raggiungiamo una piccola anemone city, a circa cinque metri di profondit, un plateau di roccia lungo una decina di metri, dove spuntano tantissime colonie di anemoni verdi con dozzine di pesci pagliaccio. Il posto sarebbe magnifico per decine di foto, ma la fascia di disturbo dei frangenti  fortissima e noi danziamo avanti e indietro in base alle onde che s'infrangono sul reef sopra di noi. Per poco non finisco su una colonia di coralli di fuoco, decido allora di allontanarmi, per la gioia dei pesci pagliaccio, termino la sosta di sicurezza danzando senza il mio volere con il dio del mare.
Appena a bordo dello zodiac, Claudio ci dice  possibile visitare il faro di Daedalus, se lo desideriamo, anzi: questa  proprio l'ora migliore per farlo, verso il tramonto, che dona al faro una luce molto particolare, illuminando proprio il lato anteriore della struttura.
Dopo aver sistemato l'attrezzatura, raggiungiamo il faro.
Siamo tutti eccitati come una scolaresca delle elementari in gita. La vecchia scaletta arrugginita  connessa al pontile e Claudio ironizza sul come mettere mani e piedi, come se fossimo degli idioti con sveglia al collo e anelli al naso.
Bah!
Il pontile  alto tre metri sul livello del mare ed  fondato sul reef corallino, e affaccia sul drop di corallo multicolore. Salgo la scaletta ossidata e ho come la sensazione di risalire nell'interno di un sottomarino, verso la torretta di comando. Quando arrivo sul pontile, il panorama assume un'ottica molto particolare; anzi non ci sono parole per descrivere la bellezza e i colori che ci sono a trecento sessanta gradi, il reef  infatti un pianoro di acque bassissime, di pochi decimetri. Il lungo pontile  dotato di un binario su cui scorre il carrello necessario al trasporto delle attrezzature e delle merci di rifornimento, direttamente dalla nave mercantile sino al magazzino del faro.
Come ho spiegato in precedenza i pontili sono due, ma il primo  stato distrutto da una tempesta particolarmente forte e giace a pochi metri dal nuovo molo, con i suoi pali scheletrici e malridotti, divorati dalle teredini.
Il mastodontico faro di Daedalus sorge al termine del pontile ferroviario; il faro  verniciato a larghe bande nere e bianche orizzontali, come se fosse un immenso pesce pilota che guida le creature degli abissi sotto di lui, l'apice supremo di una grande montagna sottomarina antichissima e ricca di vita straordinaria. La grande testa lampeggiante del faro protegge le navi mercantili nel loro continuo incedere sulla distesa marina. I colori della laguna sono un caleidoscopio meraviglioso, variano dal blu, al turchese, al verde chiaro, al giallo, al rosso scuro, sino a formare larghe chiazze di sabbia fine corallina.
Marianna ed io, armati di fotocamera reflex, cominciamo a scattare foto a destra e a manca, persino alla piccola casupola a destra del faro. Marco e Fabrizio, per, ci richiamano immediatamente: quella  una postazione militare dell'esercito egiziano e non possono essere scattate foto. Qualcosa del genere mi  gi successo a Sharm el-Sheikh nel 2014, quando stavo per fare un servizio fotografico a un carro armato egiziano con mitragliatrice incorporata, mi ferm il concierge dell'albergo in cui alloggiavo.
Cambio soggetto e mi dedico alle foto del faro, all'entrata appaiono due uomini sulla sessantina con baffi neri e ventri piuttosto abbondanti, uno di loro si presenta in inglese e in tono molto cordiale. Noi ricambiamo calorosi, l'uomo  il rais, ovvero il guardiano del faro.
Il rais ci invita gentilmente a visitare il faro. Con un dito grassoccio mi indica la stretta scalinata a chiocciola che sale in cima, pensandoci bene non sono mai entrato in un faro. Pian piano comincio a salire: non riesco a contare gli scalini, ma sono dozzine. A un certo punto la scalinata a chiocciola s'interrompe, verso la parte alta del faro e, per accedere alle due camere superiori bisogna inerpicarsi su due strettissime scale verticali ripide, alte tre metri. La seconda scala porta sulla cima della torre, proprio al fianco della gigantesca lampada che di notte gira sul mare nero, come l'occhio di un ciclope.
Il panorama  mozzafiato!
L'alta torre domina tutto il panorama marino del Mar Rosso; il reef corallino gira come un grande anello dai colori vividi intorno all'isola, oltre vi  solo il blu profondo del mare, potrei starmene ore a guardare quelle onde di quattro metri, che ho cavalcato sullo zodiac, infrangersi sulla barriera corallina. Il vento  fortissimo ed  ormai stazionario dai settori settentrionali, immutabile. Le casette intorno al faro sembrano scarponi impolverati.
L dove i frangenti marini si scontrano con la roccia biocostruita, si allargano grandi creste bianche, come strappi da una gigantesca coperta da cui fuoriesce la lana. Quelle onde sono cento, o forse mille volte pi pericolose di uno squalo; rifletto su questa cosa e sul fatto che questi poveri animali vengano depinnati e gettati vivi in mare, il tutto per soddisfare pompose cene di lavoro in Asia, dove c' la maggiore richiesta di pinne di squalo. Anche in Egitto i pescatori depinnano gli squali, in particolare i longimanus, che sono apprezzati per le lunghe pinne pettorali. Secondo nuove stime, ogni anno l'uomo ammazza cento milioni di squali in tutto il mondo.
Mentre guardo quei grandi frangenti che circondano l'isola, m'immagino i meravigliosi pesci martello che girano intorno all'isola, nel loro regno dove, si spera, non siano disturbati.
Chiedo a Claudio, che  salito sul faro, se lui abbia mai visto pescatori intorno all'isola di Daedalus, o magari alle Brothers, intenti a cacciare squali.
Purtroppo s, a volte pescano gli squali. Vengono per i longimanus e per i martello. Dice con un velo di tristezza.
La rabbia mi sale, nemmeno in quel luogo possono starsene in santa pace, gli squali.
Cerco di non pensarci. Marco si avvicina e mi fa vedere una foto che ha fatto con il suo iPhone: una bellissima immagine della scala a chiocciola interna.
Ricorda i fossili di ammonite, vero? mi chiede sorridente.
Assolutamente, sembra una conchiglia, davvero.
Quando scendiamo di nuovo alla base del faro, i due guardiani ci invitano in un buco di stanza per l'acquisto di t-shirt di Daedalus. Compro una bella maglietta rossa con, sulla schiena, un banco di pesci martello che nuota compatto; mi sembra tutto stranamente collegato. Poi chiedo al rais se posso girare un po' nei loro alloggi e nelle varie sale del faro per scattare qualche foto da reportage, insomma. L'egiziano acconsente gentilmente con un largo sorriso.
La prima stanza reca un'etichetta con una scritta araba indecifrabile,  la sala radio. La grande finestra  aperta, a causa della calura. Nella stanza vi  un divano in vimini ridotto a un relitto infestato da chiss cosa, esattamente dall'altro lato della stanza vi  una stazione radio, lunga un metro e alta una trentina di centimetri. L'apparecchiatura elettronica  nera e sembra abbastanza moderna, considerando tutto il resto. La cornetta giace silenziosa con un taccuino, aperto, dove ci sono scritte in arabo e orari, probabilmente del passaggio dei navigli mercantili a largo.
Visito la stanza da letto di uno dei guardiani, il grande giaciglio a due piazze  disfatto e in un angolo della stanza giace il tappeto sacro su cui il mussulmano vi s'inginocchia per i suoi rituali sacri verso est.
L'ultima stanza  la cucina, una sorta di enorme stanzone con due finestre, una aperta verso sud (sul pontile) e una verso nord (sul reef corallino). L'ambiente  un acrocoro di casse e scatole.
Nell'angolo qualcosa di commestibile frigge su una piastra mezza arrugginita, sono quattro pesci abbrustoliti che per emanano un buon odore. Vicino alla
finestra del lato nord, giace una canna da pesca sgangherata con cui, probabilmente, i due guardiani arrotondano la loro razione base. Lascio la stanza e percorro il corridoio curvo sotto il faro. Sento le voci dei miei compagni ridere e scherzare con il rais. L'ultima camera che trovo, funge sia da stanza da letto sia da deposito magliette per la rivendita, non a caso durante il mio acquisto uno dei guardiani si  infilato in un grosso armadio dal quale ha prelevato la mia maglietta, color rosso corallo.
Nell'atrio Fabrizio, Marco e Gioele, chiacchierano sul fatto che, in realt, sarebbe un'ottima idea sfruttare l'energia eolica per alimentare il faro, visto che il vento  praticamente costante, e abbandonare il gasolio in favore dell'eolico.
Penso ai due guardiani e a come vivono isolati dal resto del mondo per mesi e mesi, le cui uniche compagnie sono i soldati della casupola, quella non fotografabile.
Ritorniamo alla fine del pontile, dove facciamo una foto ricordo tutti assieme, sul carrello ferroviario rosso ruggine, con il faro in bellavista alle nostre spalle, illuminato dal sole vespertino.
Sono tutti momenti magici, amo questo genere di spedizioni avventurose, dove si viene a creare quella sorta di cameratismo tra i vari membri.
Noto che mi gira un po' la testa, lo faccio presente ma sono subito rassicurato:  mal di terra.
Giusto! Non ci avevo pensato, infatti lo stare molti giorni in mare porta ad abituarsi al beccheggio e al rollio, e quando si mette piede a terra si ha come la
sensazione di essere ubriachi. Naturalmente non parlo di una nave da crociera grande come Manhattan, ma di un'imbarcazione di venti metri, dove si sente tutto per ventiquattro ore di seguito.
Sono l'ultimo a scendere la scaletta, con i miei compagni che mi incitano e mi sfottono sul gommone ancorato al piolo, ma non sanno che, con la mia stazza di cento chilogrammi per un metro e ottantatr, se dovessi cadere sullo zodiac lo farei ribaltare e manderei zampe all'aria tutto, compresi i loro amati cellulari smartphone e, mio malgrado, anche la reflex che porto al collo.
Il tramonto si avvicina e la luce serotina del sole rosso penetra tra il faro e le imbarcazioni ancorate. L'astro vitale al nostro pianeta si poggia gentilmente sulla costa dell'Africa, nascosta a ovest e, in breve, scompare con un tripudio di colori, su cui si agitano le onde blu scuro.
L'osso bianco e ricurvo della luna si affaccia dietro il faro, come a sogghignare, il satellite ci accompagna sulle nostre brande, dove rolliamo quasi tutti dopo l'abbondante cena, la giornata e le immersioni sono state davvero fantastiche, ma stancanti. Domani ci attende la sveglia.
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DAEDALUS REEF.
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SECONDO GIORNO.
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Quando mi sveglio, ripenso a tutto quello che ho sognato nel cuore della notte: donne, viaggi, squali, vita, famiglia e amici. Una sorta di calderone nel quale tutto vagava senza meta ed io sorvolavo il tutto. Mi sembrava di essere in quella scena del film Il Grande Lebowski, in cui Jeff Bridges, dopo una botta in testa, sorvola la citt di Los Angeles e sorride come un idiota.
La suoneria Sonar del mio cellulare frammenta il mio cervello come se fosse un sottomarino a caccia di nemici. Mi alzo, mi lavo e vado a prendermi un caff. Trovo Hamada e Ahmed nel buio salone principale che chiacchierano in arabo, mi salutano e rilancio un suono gutturale che dovrebbe corrispondere a un "hi" inglese di saluto, ma forse non lo , spero non sia suonato come qualcosa di spiacevole.
Sono le quattro e quarantacinque del mattino e una sottile striscia violacea taglia orizzontalmente il panorama nero del mare, che scruto tra i finestroni dell'Alpha Librae; esco e vado sulla plancia di poppa, il vento caldo e secco trasporta via il vapore cremoso generato dalla tazza di nescaf. Il faro persevera nel suo cammino rotatorio, con il dito di luce che investiga la notte, avvertendo del pericolo.
Il dorso arancione scuro del sole compare sul mare blu verso a est, lanciando i suoi raggi scintillanti che colorano di rosso tutto il mondo vivente.
Verso sudest scorgo le luci di navigazione di una gigantesca portacontainer sul mare. La nave colossale sembra mezza inclinata a poppa, in realt  talmente grande da subire, sulla lunga distanza di osservazione, quella distorsione che fa parte della superficie sferica della terra, inoltre la parte bassa dello scafo  nascosta, sempre a causa della curvatura.
Marco compare sulla piattaforma con una sigaretta accesa tra le labbra, non ha un bell'aspetto.
Tutto bene, Marco?
No, amico mio, mal di schiena; devo saltare questa immersione, mi spiace.
Accidenti.
Gi, preferisco rilassarmi un pochino, far la seconda e la terza. Ora ho preso una pasticca. Aspira un'avida boccata dalla sua Marlboro e si sistema sulla poltroncina di vimini, arcuando il viso in smorfie di dolore mentre sistema la schiena in una posizione che eviti di farla sbatacchiare con il forte beccheggio dell'Alpha Librae.
Va bene. Sorseggio la bevanda bollente.
Dopo alcuni minuti, Claudio fa un rapido briefing sull'immersione che ci apprestiamo a fare. Seguiamo come sempre le sue indicazioni e ci prepariamo sulla plancia.
Alle cinque e cinquantanove del mattino, il caldo Mar Rosso accoglie il nostro gruppo di sub per la prima immersione del giorno. L'acqua  di ventinove gradi centigradi e la sequenza di lancio dei due gruppi sub a GAV sgonfio ha ormai assunto un che di fantastico, ripenso a quando torner nelle nostre acque italiane, dove si sta tutti a galla, attendendo noiosamente gli altri.
Sinceramente a me piace pi cos, suona un po' come: "Datevi una mossa e ci vediamo sott'acqua amici".
La prima immersione  sul lato nord: punto di passaggio di squali e altri animali marini pelagici.
Dopo dieci minuti di attesa nel blu, compare un pesce martello smerlato, ma si trova a sessanta metri di profondit e il grande squalo non  intenzionato ad avvicinarsi per curiosare. Noi non possiamo scendere oltre una certa quota, dettata dalla miscela nitrox di quel giorno. Rileggendo il mio log book, risulta una profondit massima raggiungibile di 38,3 metri con una miscela al 29% e pressione parziale pari a 1,4.
Eseguo gli ordini del computer come un bambino quelli del maestro.
L'animale sparisce nel fondo nero del mare, probabilmente oltre i novanta metri di profondit, talvolta quest'attesa nel blu  frustrante. Il gruppo allora si divide in due: io, Fabrizio e Claudio rimaniamo nel blu, gli altri vanno con Hamada verso la parete corallina, per una lunga esplorazione verso nord, magari saranno fortunati.
I sub spariscono lentamente oltre il nostro campo visivo e noi indaghiamo il blu, bello e affascinante; rimango sempre colpito dall'intensit di questo colore, come se ne fossi stregato.
Improvvisamente sento un suono provenire dalla mia destra, nell'infinito del mare.  un suono che ho gi sentito altre volte, ma solo dalla superficie, mai in immersione.  un suono leggero, una sorta di fischio. Il mio cervello identifica il suono, ma allo stesso tempo lo escludo. Non  possibile!
Mi volto e dal blu appare un delfino enorme!  lungo circa tre metri.  un delfino tursiope (Tursiops truncatus). Sono letteralmente estasiato, non credo a quello che sto vedendo, sono eccitatissimo. Non avrei mai immaginato di provare tali emozioni nel vedere un delfino in acqua. Il mammifero si avvicina proprio a me, tralasciando gli altri due, emette i suoi suoni in quella sorta di linguaggio alieno ed eroga una piccola quantit di bolle, fermandosi infine davanti a me e guardandomi prima con un occhio, poi con l'altro. Il suo corpo  un unico fascio di muscoli; l'animale fa una piccola rotazione col dorso, poi continua a guardarmi e ad emettere dei leggeri suoni, rilasciando piccole quantit di bolle dallo sfiatatoio.
 magnifico!
Il tursiope si allontana, risalendo verso la superfcie; io invece rimango a quella quota. L'animale risale con leggeri colpi di coda, lasciando una scia di bolle. Sono talmente estasiato che vorrei aprire la bocca, ma morirei affogato.
Non  finita: in superficie il delfino si unisce ad altri due mammiferi, magari anche loro erano scesi a darmi un'occhiata e non li avevo proprio visti, n tantomeno sentiti. Gli animali si allontanano dal reef, verso nord, in mare aperto.
Guardo Fabrizio e Claudio, che esultano per l'incontro. Non capita tutti i giorni certamente. Sono estasiati, glielo leggo attraverso le maschere.
Che esperienza eccezionale e speciale, magari alcuni di voi avranno avuto possibilit di vedere numerosi delfini in immersione, o in apnea, quindi non so se avete provato le mie medesime emozioni, ma vi posso garantire che ero al colmo della gioia, mentre il tursiope mi guardava ed emetteva quei leggeri fischi insieme alle bolle. Forse voleva dirmi qualcosa, non so.  una sensazione strana, ho difficolt a descriverla, sinceramente,  come se fosse chiusa nel mio cuore.
Mi  capitato in Sudafrica di avvicinarmi a meno di due metri da una balena franca australe in superficie, di sentirla respirare, mentre mi guardava con i suoi grandi occhi bluastri, le sensazioni erano molto simili a questa. Probabilmente  legato al fatto che sono mammiferi, quindi dotati di un'intelligenza simile alla nostra, che magari fa persino pensare a un qualche sentimento che ricorda vagamente quello nostro. Forse c' una certa connessione, in qualche modo. Ecco! E un'ipotesi. Quello che posso dire  che  stato uno straordinario incontro.
Claudio fa cenno di riavviarci verso il punto di rendez vous; sono passati trentotto minuti da quando siamo scesi in immersione.
Vicino al reef corallino di Daedalus incontriamo tre banchi di barracuda. L'ultimo gruppo di questi predatori  composto di quindici individui, fermi nella corrente come tanti siluri pronti per essere lanciati verso la preda.
Alcuni pesci del gruppo si staccano e si avvicinano per studiarci, arrivando a meno di due metri: i denti irregolari e affilati come rasoi sembrano avvertirci. Le bande nere laterali si alternano nella colorazione grigia che ricorda l'acciaio inossidabile. Sono splendidi!
Rientriamo allo zodiac, gli altri non credono alle loro orecchie quando gli raccontiamo dei delfini. Persino Claudio mi dice che sono tantissimi anni che accompagna sub in giro per queste isole e non ha mai visto i delfini a Daedalus, questa gli mancava.
Mentre salgo le scalette della poppa dell'Alpha Librae, Marco sta pescando con la canna di Gioele.
Ho preso un carangide. Strepita Marco, sembra che il pesce abbia abboccato nel momento in cui siamo risaliti sulla poppa.
Gioele si toglie il gruppo dalle spalle e, con tutta la muta, raggiunge Marco sul corridoio esterno di dritta.
La parola "squalo "  urlata da qualcuno.
 un barracuda! grida invece Marco, vedendo la grande ombra nera e affusolata come una spada, passare a un metro dalla carena della barca.
Raggiungo il gruppetto a dritta, con la GoPro ancora accesa e riprendo la scena.
Un barracuda enorme si avventa sul povero carangide che si dibatte all'amo. Il morso del predatore arriva rapido e taglia in due la preda, di netto, come se il pesce allamato fosse stato tagliato da un unico colpo di accetta su un tagliere. Il tronco sanguinolento del carangide rilascia una discreta quantit di sangue nell'acqua blu.
Penso a una mano che finisse accidentalmente in quella tagliola naturale, sarebbe tranciata di netto, come un foglio di carta tagliato da una forbice.
Un ragazzo dell'equipaggio cerca di arpionare il barracuda, che compie due lenti giri sotto il pelo dell'acqua; l'animale  lungo un metro e mezzo, di colorazione scura dorsale, la testa a triangolo isoscele  inconfondibile, cerco di farne una bella ripresa, ma il ragazzo spaventa il predatore, che si allontana negli abissi di Daedalus come uno spettro.
Il povero carangide  una magra consolazione per il cuoco, che deve accontentarsi di mezza porzione, probabilmente il barracuda sta ronzando proprio sotto la barca.
La specie in questione  un grande barracuda (Sphyraena barracuda), gli esemplari adulti possono raggiungere i due metri di lunghezza, con colorazione grigio scura dorsalmente e argentea con strisce nere lateralmente e nella zona
ventrale. Questo barracuda s'identifica all'istante dalle altre specie di barracuda poich  molto pi grande, ma soprattutto perch conduce un'esistenza solitaria, mentre le altre specie tendono a formare banchi piuttosto grossi, con livree molto pi colorate. Nonostante le leggende, questi grandi predatori non sono aggressivi, se non provocati; inoltre  meglio evitare l'uso di oggetti luccicanti in immersione, poich possono attirarli, i predatori scambiano quei riflessi per pesce azzurro, una delle loro prede abituali.
Marco si accende una sigaretta, collega un nuovo artificiale e getta l'esca in mare. Dopo trenta secondi qualcosa addenta l'amo e la lenza comincia a filare come una saetta. Marco perde la sigaretta, bestemmia, ma riesce a tirare su il pescato.  un piccolo barracuda di quaranta centimetri di lunghezza con denti aguzzi che sembrano tante punte di freccia; davvero stupendo.
Il cuoco di bordo ora sorride gaio, i denti giallastri e scompaginati sembrano i paletti marci di uno steccato intorno a una casa stregata. L'uomo non perde tempo a slamare il barracuda e a infilarlo negli anfratti della cucina, dove gli attende un finale inglorioso.
Ci rilassiamo sulla poltroncina di vimini; io bevo un bel nescaf fumante come un camino in pieno inverno. Sono le sette e trenta del mattino e mi sembra di essere sveglio da dodici ore, tante sono le cose che sono avvenute e che ho visto; la campana suona per la colazione, ma non ho voglia di mangiare ora. Gli altri si avviano velocemente nella sala interna. Prendo il taccuino e comincio a scrivere le mie impressioni sull'immersione e il magico incontro con i delfini.
Ci attendono pi di due ore prima della successiva immersione e un membro dell'equipaggio sta gi ricaricando le nostre bombole di alluminio per una nuova avventura subacquea, alla quale non mi sottrarr, per nulla al mondo.
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IL BLU.
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Marco si sente meglio, il dolore alla schiena  quasi passato del tutto e decide di partecipare alla seconda immersione. Iniziamo tutti a prepararci, poi controllo la miscela nitrox con lo strumento elettronico: 30%. Regolo i valori sul computer e avvito gli erogatori alla bombola. Ci dividiamo sui due gommoni, che partono a razzo, superando le imbarcazioni ancorate alle shamandure.
Superato il punto occidentale, lo zodiac  investito dalle grandi onde, immutabili.
Uno, due, treeeee...
Ci catapultiamo in maniera sincrona. Scendo fino a sei metri, a sette rallento, la compensazione  stata rapida ed efficace.
Sono le nove e cinquantasette e l'allegria mi pervade.
A quota trenta metri mi fermo e mi guardo intorno, i miei compagni d'immersione sono tutti pronti come cacciatori in agguato, puntando occhi e fotocamere. Sigfrido e Marianna regolano i valori sulle loro macchine fotografiche scafandrate, io e Marco sistemiamo le nostre GoPro, Gioele e i due Enzo aspettano, Fabrizio scende pi lentamente a causa del problema di compensazione occorso precedentemente, le due guide scrutano il mare aperto, Hamada si sposta pi esternamente, magari c' qualcosa che si muove oltre il campo visivo. La gigantesca parete corallina mi  ormai familiare come la porta di casa, sotto di noi c' il vuoto, cerco con gli occhi gli squali martello, ma niente: non vi  presenza alcuna in quel deserto blu.
Poi vediamo qualcosa: un banco di pesci enorme. Claudio ci fa cenno di avvicinarci, ma piano, onde evitare di spaventarli. C' una leggera corrente contraria, allora mi sposto verso il blu, come a voler affiancare il gruppo di pesci, per poi farmi trasportare dalla stessa corrente verso di loro, senza stancarmi ed emettendo meno bolle possibili. I pesci si riconoscono anche a questa distanza: sono barracuda. Oggi queste creature sembrano dominare Daedalus Reef, reclamando il loro regno perduto in fondo al mare.
Sono pesci bellissimi e molto grandi, ogni esemplare  lungo circa un metro e venti, ma soprattutto sono tantissimi, si tratta di un banco di circa settanta barracuda, si mantengono in equilibrio perfetto controcorrente, rimanendo paralleli alla parete corallina multicolore, distante venti metri. Le bande nere alternate sulla livrea argentea danno degli strani e magnifici riflessi al banco di predatori, che ci lanciano brevi occhiate gelide con i loro grossi occhi simili a fori di proiettile, li vedo roteare e osservare ogni mio singolo compagno d'immersione. Forse non gradiscono propriamente la nostra intrusione. Il branco di barracuda comincia ad allungarsi, man mano che ci avviciniamo, perdendo compattezza. Alcuni esemplari compiono prodigiosi e improvvisi scatti avanti, come lupi lanciati in una pianura.
Il banco di barracuda si sposta verso nord, infastidito.
Guardo verso il basso e a pi di settanta metri di profondit vedo un pesce martello enorme, la larga testa sembra scandagliare le rocce vulcaniche; so per certo che le propriet magnetiche di questi pesci sono fenomenali e che  uno dei motivi per cui prediligono le isole di natura vulcanica. L'animale solitario scompare in profondit, nella sua analisi magnetica rocciosa.
Due barracuda si staccano dal gruppo e cominciano a nuotare verso di noi, passano tra me, Fabrizio e Sigfrido. Nuotano lentamente, i loro corpi muscolosi e grigi non lasciano trasparire paura, anzi, tutto l'opposto. Questi pesci hanno il potere di lasciarmi sempre estasiato, al pari degli squali.
Il banco sparisce nel blu, ma i due barracuda continuano a ronzarci intorno, osservo Marco che rotea perfettamente sincrono con un barracuda, in una sorta di balletto sottomarino.
Infine i due pesci si allontanano, ricongiungendosi al banco, in mare aperto. Guardo verso il fondo, cercando la presenza del grande squalo martello avvistato prima, ma non c'. Tuttavia lungo la parete vi sono cinque grossi tonni che nuotano in fila indiana a pi di settanta metri. Sono davvero grossi, ma non si avvicinano. Forse il pesce martello li sta seguendo, come d'altronde avviene nel Mediterraneo con i grandi squali bianchi, che seguono tonni e delfini. Vedo Fabrizio che mi indica la superficie: verso il reef, dove si infrangono le onde, altri quattro grossi tonni superano le pareti di corallo, vanno a nord. Probabilmente
quello  un punto di passaggio per molteplici specie di pesci, da cui la presenza degli squali:  una zona di caccia e agguato insomma.
La corrente diventa molto forte e le due guide fanno cenno di avvicinarci verso la parete, dove  minore, il punto di raccolta  sul lato nordest: dobbiamo raggiungerlo.
L'intero gruppo di sub si espande come una fisarmonica, per decine di metri. Io mi trovo nel mezzo, ma dal resoconto successivo vengo a sapere che in coda appare uno squalo grigio (non so la specie) e un grande squalo martello smerlato di tre metri e mezzo, stando alle foto di Marianna e Sigfrido (probabilmente lo stesso che avevo avvistato io, ma non vi  certezza).
Marianna e Sigfrido, infatti, erano un po' pi distanziati nel blu, i due squali si sono fatti immediatamente notare. Il pesce martello, dopo essersi allontanato temporaneamente, ha eseguito una nuova virata verso i due sub. Lo squalo grigio ha, invece, fatto una timida apparizione, essendo molto schivo. Entrambi gli squali hanno poi fatto due rapidi giri molto ravvicinati, a pochi metri, per poi sparire di nuovo verso il fondo. I miei due amici sono riusciti a scattare alcune foto molto valide.
Marianna si  trovata vicina soprattutto per una buona ripresa al pesce martello.
L'intera sequenza mi  stata raccontata da Sigfrido e Marianna, emozionatissimi, appena risaliti sul gommone.
I due zodiac ritornano all'ancoraggio dell'Alpha Librae percorrendo il settore orientale dell'isola, che nessuno di noi, eccetto Fabrizio, ha ancora visto, allora decido di farne una ripresa con la GoPro. Le onde sono grosse e possenti come quelle del lato occidentale e gli zodiac le cavalcano letteralmente, osservo i giganteschi muri di acqua che si sollevano dietro la poppa.
Che natura selvaggia!
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IL SIGNORE DEL MARE.
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All'una del pomeriggio il sole rovente sembra aver scavato un buco bianco nel cielo. Siamo tutti sulla piattaforma di poppa, ma non tutti sembrano disposti a scendere in immersione alla punta settentrionale dell'isola. Marco, Gioele ed Enzo De Marco decidono per un'immersione tranquilla direttamente dalla poppa della barca, sul pianoro che si estende dal pontile sino alla zona meridionale dell'isola. Potrebbero essere fortunati, infatti alcuni sub dell'imbarcazione vicina hanno detto di aver visto numerosi squali martello sul lato meridionale dell'isola di Daedalus Reef, proprio dove sono diretti loro.
Io, Fabrizio e Sigfrido, scegliamo il settore settentrionale, le probabilit di avvistamento degli squali sono maggiori, date le correnti di mare aperto e la presenza di fauna pelagica di grossa taglia. Naturalmente la certezza matematica non c', nessuna guida seria, al mondo, vi garantir con certezza assoluta l'avvistamento di animali in un safari, sia terrestre sia marino. Claudio ci far da guida, Hamada rimarr a bordo.
Ci prepariamo e saliamo sullo zodiac, che vira subito verso il mare aperto, distanziandosi dalle imbarcazioni.
Mentre percorriamo il tratto di mare verso nord, chiedo a Claudio se  tipico di questa stagione avere questo vento fortissimo e queste onde enormi. Mi dice di s e aggiunge che i mesi meno ventosi per il centro del Mar Rosso sono gennaio e febbraio, ma non ci si pu mettere la mano sul fuoco su questo dato.
Il problema, riprende dopo aver sputato nella maschera,  che il Mar Rosso  circondato da deserti e terre aride sia a est sia a ovest: il Sahara sull'Africa settentrionale e il Rub'al-Khli sull'Arabia meridionale. I deserti sono bollenti di giorno, ma gelidi di notte; ci porta a degli scambi termici di masse d'aria che si alternano continuamente nell'atmosfera e sul mare, confinato oltretutto, poich il Mar Rosso  in sostanza chiuso a nord e semichiuso a sud dove sfocia nel Golfo di Aden.
Raggiungiamo il sito, Claudio lancia il segnale di lancio da "guastatori".
A otto metri di profondit ci riuniamo e scendiamo sino a trenta metri.
Dopo due minuti, in cui noi quattro siamo sospesi nel blu, come astronauti nello spazio, noto che c' qualcosa che non quadra perfettamente: diciamo che si tratta pi di una strana sensazione che avverto in quel momento.
Il mare  vuoto!
Nelle altre immersioni, anche quella precedente, ho notato subito la ricchezza di vita; attendavamo i pesci martello ovviamente, ma c'erano tantissimi altri animali marini da osservare: tonni, barracuda, ecc.
Ora no: il vuoto  totale, come se qualcuno avesse svuotato un gigantesco acquario da tutti i suoi abitanti, lasciando solo l'acqua.
La sensazione serpeggia nel mio io.
Noi sembriamo essere le uniche presenze nel blu profondo. Non  possibile che migliaia di creature siano sparite.
All'improvviso sento lo shaker metallico che qualcuno sta suonando dietro di me. Mi volto e cerco di capire cosa ci sia, da far agitare quel piccolo strumento come un ossesso.
Osservo il blu, ma non c' niente. Guardo allora verso l'alto e vedo una palla nera in contrasto con la superfcie pi bianca, l dove si cela il disco rovente del sole.
 un branco di pesci, compatto, dal diametro di circa quattro metri. Una nuvola di pesci che per ha qualcosa di strano.
Controluce, a tratti, appare la silhouette nera di un enorme Carcharhinus longimanus.
Il grande squalo oceanico a punte bianche  protetto dalla massiccia nuvola di pesci pilota a bande verticali bianche e nere. Osservo i miei compagni, siamo tutti con le maschere all'ins, a osservare il pesce maestoso.
Siamo elettrizzati!
Ecco il perch di quel vuoto nel mare: il predatore reclama a gran voce il suo regno. Tutte le creature marine sanno di dover istintivamente allontanarsi dal famelico e curioso longimanus. L'unico animale che sembra riuscire a instaurare una simbiosi con lo squalo  il pesce pilota (Naucrates ductor).
Guardando quella gigantesca nuvola di pesci che racchiude l'animale, capisco il perch di quella simbiosi, lo squalo  invisibile sino all'ultimo momento, per poter attaccare l'ignara preda, che lo scambia per un banco di pesci in lontananza.
Sigfrido ed io cominciamo a riprendere con le nostre GoPro, di tanto in tanto la nuvola di pesci si allontana momentaneamente dal suo ospite, mostrando il grande longimanus nella sua interezza, si tratta di uno squalo lungo pi di tre metri, magari ha viaggiato a lungo prima di approdare a Daedalus Reef, attraversando il Mar Rosso.
Il banco di pesci pilota si riunisce allo squalo, quando questo inclina velocemente le pinne e inizia scendere verso di noi, a circa venti metri di profondit. Il grande predatore rilancia riflessi metallici sotto la luce del sole; le pinne pettorali sono lunghissime, sembrano volerti toccare mentre fa un passaggio ravvicinato. La colorazione non  totalmente grigia, direi pi sul grigio-rossastro dorsale, con un bianco spettrale sul ventre.
Il grande pesce risale di qualche metro nella colonna d'acqua, ma vira nuovamente verso il nostro gruppo, si avvicina rapidamente a Sigfrido, che comincia a nuotare all'indietro: errore.
Mai indietreggiare davanti a uno squalo, specialmente agitando le pinne velocemente.
Infatti vedo chiaramente la testa dello squalo ruotare istintivamente verso il movimento fluido delle pinne di Sigfrido, ma solo per un momento. Gli squali
sono attirati da quei movimenti, come la polvere di ferro dal magnete; questi animali sanno che gli organi propulsori delle potenziali prede devono essere annullati al primo attacco, per poter procedere.
Il pesce continua a scendere verso di me,  veloce, ma rimango fermo come un blocco di cemento; uno squalo che si avvicina  forse una delle scariche di adrenalina pi forti che si possono provare, l'ultima volta mi era successo nel 2012, quando m'immersi in Sudafrica nelle gabbie antisqualo a Seal Island, nella False Bay, per ammirare il grande squalo bianco.
Il longimanus si avvicina talmente tanto che vedo chiaramente il suo occhio grigio ruotare per osservarmi, non indietreggio di un millimetro e, a circa un metro, il predone vira; sono investito dalla nuvola di pesci pilota, che mi avvolge temporaneamente per poi riunirsi allo squalo, mentre si allontana per poi virare di nuovo a dieci metri, verso Claudio e Fabrizio.
Sento l'adrenalina scorrere nelle vene. Questo enorme squalo ci ha riportato indietro nel tempo, dove non esistono telefoni, Facebook, Twitter e tutte quelle stronzate moderne: questa  pura vita preistorica.
Il Carcharhinus longimanus continua a fare ampi giri, tuttavia qualcosa cambia a un certo punto. Lo squalo disegna cerchi sempre pi stretti intorno al nostro gruppo, con frequenti puntate verso ognuno di noi: la cosa mi preoccupa, e parecchio per giunta. La nuvola di pesci pilota si apre molto pi frequentemente, per permettere allo squalo di osservare meglio quegli strani essere avvolti da neoprene e bombole.
Conoscendo gli squali so che non c' nulla di buono in questo. Anche Claudio intuisce il pericolo e ci fa cenno immediatamente di avvicinarci al reef corallino, dove lo squalo non si avviciner certamente. Il longimanus rimane a seguirci per qualche minuto nel blu, in parallelo, verso sud, ma poi vira verso il mare aperto e sparisce oltre il nostro campo visivo, a nord, nella sua ronda da pirata del mare, in cerca di prede.
Sono passati trentasette minuti di immersione, quasi tutti con il grande squalo. Incredibile! Terminiamo la sosta vicino al reef, dove i piccoli pesci colorati ci osservano con i loro occhi alieni.
Ci allontaniamo nel blu per raggiungere lo zodiac, sinceramente mi guardo intorno, non vorrei rivedere quel longimanus comparire mentre sono in superfcie, in pratica il momento peggiore per incontrare questi squali.
Saliamo tutti veloci come saette. Immediatamente ci raccontiamo l'incontro con le facce gocciolanti di acqua di mare sotto il sole. Vedo Claudio parlare con il pilota del gommone. Poi si gira verso di noi.
Lo squalo che abbiamo visto ha morso anche l'elica del motore, me lo ha detto il ragazzo: in pratica mentre ci aspettava al largo, oltre il reef, ha sentito uno schianto incredibile a poppa e ha visto la testa dello squalo che mordeva l'elica, poi lo squalo  sparito, per venire verso di noi. Non avevo mai visto un longimanus cos grande, ma soprattutto non ne avevo mai visto uno avvolto da un banco di pesci piloti cos grande.  stato incredibile! Prima i delfini, poi questo squalo.
 stata una giornata pazzesca. Dice tutto d'un fiato, noi annuiamo eccitati come tanti scolari.
Fabrizio nemmeno ha visto una nuvola di pesci cos, ma mi racconta di come, durante un'immersione a Saint John, uno di questi grossi squali abbia ronzato per quasi venti minuti sotto la scaletta della barca, bloccando la risalita ai sub, che volevano evitare di avvicinarsi troppo ed essere momentaneamente vulnerabili in superfcie.
Quella di oggi  stata una delle pi belle esperienze della mia vita. L'occhio dello squalo mi rimarr impresso a fuoco nella mia mente, che eleganza, che regalit. Un grande predatore che lascia un'impronta psicologica fortissima. Queste immersioni sono molto belle da realizzare, ma bisogna sempre tenere a mente che noi siamo visitatori in quel mondo marino e dobbiamo rispettarlo, sempre.
Durante il tragitto di rientro alla barca ripenso alle due specie di squali presenti maggiormente nell'area: l'oceanico a punte bianche e il martello smerlato. Sono come i Bronzi di Riace, i due combattenti Tideo e Anfiarao, il primo un guerriero feroce, il secondo saggio e mite.
In barca non riusciamo a trattenere la nostra gioia e facciamo immediatamente vedere agli altri i nostri video del longimanus. Gli altri non credono ai loro occhi quando vedono quell'immensa nuvola di pesci pilota con lo squalo all'interno, come in una sorta di matrioska gigantesca.
Marco comincia immediatamente a montare un piccolo video con i dati della mia GoPro e di quella di Sigfrido. Poi incomincia a raccontarci la sua immersione con Gioele ed Enzo De Marco, divertentissima. Racconta di come, a un certo punto, un pesce Napoleone enorme si  avvicinato alle spalle di Enzo, proprio vicinissimo alla testa. Quando il sub si  girato, si  ritrovato faccia a faccia con il grosso animale, docile come un agnello tuttavia, ma Enzo ha immediatamente fatto uno scatto all'indietro. Marco e Gioele scoppiano in una nuova risata, non proprio ben accetta da Enzo, ma naturalmente si scherza.
Gioele mi dice che alla punta meridionale, nel blu, sono passati alcuni squali, dove la corrente  maggiore.
Che dire:  una di quelle giornate memorabili.
Mi rimarr per sempre nel cuore.
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ELPHINSTONE.
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Il pomeriggio scorre felice, rilassato e tranquillo, come un vecchio album di foto in bianco e nero dei nostri nonni. Claudio parlotta di frequente con il capitano egiziano dell'Alpha Librae. Il romano ci comunica che dopo cena salperemo per Elphinstone Reef (in arabo Sha'ab Abu Hamra) e che ci sar mare molto grosso, con vento sostenuto da nord e onde molto alte, la rotta che seguiremo sar di tre, due, zero, verso i settori nordovest.
Siamo tutti d'accordo.
Verso le venti salgo in plancia di comando e l'egiziano mi sorride, mentre traffica al sistema satellitare di navigazione. Gli chiedo se posso usare il telefono satellitare per una chiamata a casa, in Italia; l'uomo mi passa il massiccio telefono. Faccio la mia chiamata, intanto che i ragazzi confermano via radio di aver mollato le cime delle shamandure dal corallo di Daedalus Reef. Vedo i due zodiac fare avanti e indietro nel buio serale; davvero un lavoro complicato e duro, il dramma delle shamandure e dei suoi figli, com'era conosciuto nell'Ottocento.
Siamo pronti a salpare per una nuova avventura.
I frangenti assalgono l'Alpha Librae immediatamente; il vascello beccheggia e Claudio ci dice che peggiorer in mare aperto, per tutta la notte.
Siamo tutti a poppa; l'imbarcazione sale e scende sulle poderose onde, Marco mi consiglia di prendere una compressa per il mal di mare, il Dramenex da 50 mg, e di farlo subito, dato le condizioni del mare e soprattutto perch sto ancora bene, farlo dopo che il mal di mare mi avr stritolato lo stomaco servir a ben poco.
Seguo saggiamente il consiglio. Intanto l'Alpha Librae sale e scende con tonfi paurosi sul mare, ogni volta che la prua fende un'onda. Le attrezzature a poppa vibrano con suoni metallici, le stoviglie nel salone lanciano suoni acuti, mentre la ceramica cozza.
Le nostre membra si agitano e sobbalzano; gli unici che sembrano riuscire a mantenere un controllo logico sono Marco, Enzo il presidente e Fabrizio, che ha addirittura le gambe incrociate sul divanetto e lancia grandi nuvole di fumo dalla sua sigaretta elettronica. Sembra un capo indiano che sta decidendo contro quale nemico combattere, se la natura o l'uomo bianco, forse pi il secondo.
Dopo due ore di navigazione la piattaforma di poppa diventa invisibile, poich la prua penetra con vigore nelle onde provenienti da settentrione, sommergendo il pulpito prodiero, per poi risalire, con l'acqua che scorre a mezzanave e si riversa sui corridoi laterali dell'Alpha Librae, scrosciando sulla poppa: sembra di stare su una trottola beccheggiante. Persino stando protetti nel piccolo salotto poppiero, gli schizzi della prua ci raggiungono.
Dapprima la doccia di acqua salata  rigenerante, poi diventa fastidiosa. Continuiamo a fumare e a chiacchierare della taluna e della talaltra cosa, come
una ciurma di pirati che decide come spartirsi il bottino. In tutto ci il comandante cerca di assumere un'andatura leggermente zigzagante tra i grandi frangenti; ma al buio  difficilissimo e, quando sbaglia il giusto ritmo, l'Alpha Librae s'impenna come uno stallone sbizzarrito, lasciandoci atterriti sulle nostre poltroncine, col rischio di farci venire un colpo apoplettico.
Alcuni ragazzi dell'equipaggio si siedono dietro di noi e stendono un telo: giocano a Domino, uno dei giochi preferiti dagli egiziani.
Ho la netta sensazione che i ragazzi stiano scommettendo a soldi e alcuni si incavolano tra di loro; le giocate continuano sino a quando una grossa ondata sommerge la prua e l'acqua defluisce fin sulla poppa, rovinando la partita in corso. I ragazzi s'incazzano e si spostano nel salone interno.
Gioele e Sigfrido si ritirano nelle loro cabine per riposare, il secondo risale dopo pochi minuti. Dice:  impossibile stare nella mia cabina, sbatte tutto.
Verso le undici provo a scendere anch'io in cabina, col rischio di fare un capitombolo fantozziano lungo la scaletta ripidissima. Enzo De Marco dorme come un ghiro nella sua tana invernale. Io mi stendo sulla branda:  impossibile rimanerci. Gli scossoni della prua mi fanno sentire la schiena come un grissino pronto a fracassarsi. La cabina mi sembra una sorta di lavatrice che gira. Risalgo nel salone di coperta, i ragazzi hanno smesso di giocare a Domino. Il divanetto  lungo e comodissimo, mi stendo e mi addormento dopo alcuni secondi: un sonno privo di sogni.
Alle tre del mattino l'Alpha Librae beccheggia molto di pi. Prendo un po' d'acqua e scorgo la sagoma di Fabrizio che dorme sul divanetto di fronte.
Alle quattro e quaranta mi sveglio di nuovo di soprassalto, come se fossi stato morso da un ragno. Guardo le luci: si spengono tutte in quell'istante. Un dannato blackout nel bel mezzo di un mare nero, in una notte nera. Cristo!
L'equipaggio si agita come un nido di calabroni infastidito. I ragazzi corrono da prua a poppa, da sottocoperta alla cabina di comando. Rimango immobile sul divano, onde evitare che uno di loro sbatta contro di me al buio, creando altri problemi, che  meglio non avere ora. Nella sala macchine compaiono delle luci, il meccanico scende la scaletta con la sua ciclopica torcia frontale.
Il comandante rallenta l'andatura dell'imbarcazione: siamo al buio, in balia dei marosi, come un tappo di sughero alla deriva.
Appare una striscia violacea all'orizzonte: l'alba si avvicina a passi da gigante. A quel punto le luci si riaccendono. Esco e vado a poppa, mi  passato il sonno, arrivano anche Marco e Sigfrido.
Siamo arrivati: il reef sommerso di Elphinstone si vede a malapena nella luce albeggiante rossastra, si distingue la spuma bianca creata dalle onde che si infrangono sul corallo. Hamada galleggia pericolosamente tra i flutti vicino alla barriera corallina; l'egiziano appare e scompare tre volte, per trovare la shamandura. L'ultima volta un'onda enorme lo travolge come una locomotiva e Hamada riappare subito dopo reggendosi la testa al lato sinistro, chiede l'appoggio del
gommone, poi fa un cenno di rientrare: l'Alpha Librae  ormeggiato, Hamada ha fatto tutto da solo.
Una volta a bordo Hamada dice di avvertire dolore all'orecchio sinistro e va a riposare.
Osservo il reef madreporico sommerso di Elphinstone: ha una forma stretta e allungata.  orientato nord-sud ed  lungo circa un miglio; il reef dista venti miglia nautiche dalla nota localit di Marsa Alam. Il ridosso per l'ormeggio, in genere,  dove siamo attualmente ancorati, ovvero sul lato meridionale. La luce dell'alba rosseggia sulla barriera corallina verdastra sotto il pelo dell'acqua, il mare diventa di un blu scuro sino a centinaia di metri di profondit.
Il mare  molto grosso verso settentrione e la spuma dei frangenti  enorme, immergersi sul lato nord  fuori discussione, ci dice Claudio.
Purtroppo il lato nord  anche quello pi bello per la fauna pelagica, poich frequentemente si avvistano due specie di pesci martello (Marco ci  gi stato e vide un martello maggiore), il noto Carcharhinus longimanus e due specie di squalo grigio, oltre a fauna di tipo tonni, barracuda, carangidi enormi e pod di delfni. Il lato meridionale, ci spiega Claudio,  meno battuto dai sub che arrivano dalla costa anche in giornata, tuttavia  molto affascinante, incomincia cos il suo solito disegnino con i pennarelli.
Claudio incede nel raffigurare il settore meridionale di Elphinstone, lo "Scoglio dell'Elfo", questo significa. Il nome deriva da un arco di roccia situato a circa sessanta metri di profondit all'estremo punto meridionale. Sotto quest'arco
naturale c' una roccia a forma di parallelepipedo in cui la leggenda dice ci sia sepolto un elfo. Claudio disegna diligentemente il pianoro sud, degradante da venti metri di profondit sino a quaranta metri; essendo in nitrox non potremo fare l'arco, quindi la guida ci spiega che al termine del pianoro sud devieremo verso nord, appoggiandoci sul lato orientale del reef, sino ad arrivare a una colonia di gorgonie a ventaglio, dove devieremo per risalire verso la superfcie, effettuando la sosta in quel tragitto finale.
Tutto cristallino. Voglio solo scendere in acqua e sperare di incontrare qualche squalo longimanus curioso sotto la barca. Hamada mi dice di averne visto uno la mattina, quando  uscito per ancorare l'Alpha Librae. Tuttavia quei predoni sono in costante movimento intorno all'isola ed  probabile che ora sia sparito verso nord.
Sono le sei e quarantatr del mattino quando, uno per volta, scendiamo in mare con il passo del gigante dalla poppa illuminata dal sole. Il ridosso  perfetto e non ci sono altre imbarcazioni, siamo gli unici; non c' un filo di corrente, nonostante le immense onde flagellino l'isola tutt'intorno. Sgonfiamo i GAV e arriviamo sul pianoro a venti metri, tuttavia Gioele  rimasto indietro, non capiamo cosa stia succedendo, anzi risale proprio sulla scaletta poppiera. Claudio congiunge le mani come a pregare un dio a noi sconosciuto.
Dirigiamo a sud, controllo la bussola, siamo diretti al termine del pianoro, un largo plateau coperto di coralli. La visibilit  minore, rispetto a Daedalus Reef. Claudio indica qualcosa sul fondo, a ventidue metri, una grande tartaruga embricata bruca tra i coralli molli giallastri e biancastri. Il rettile  perfettamente mimetizzato. Se non me l'avesse indicata, probabilmente avrei proseguito oltre.
Marco estrae come una spada la sua GoPro agganciata sull'asta Pole. Riprende il rettile in assoluta pace per qualche decina di secondi, ma tutti ci avviciniamo all'animale e lui impreca voracemente nell'erogatore quando entriamo tutti nell'inquadratura. La tartaruga attrae tutta la nostra attenzione e finiamo per accavallarci come pecore al macello. Il grande rettile chelone non sembra curarsi del trambusto intorno a lui (o lei) e continua a brucare i coralli molli gialli.
Ci allontaniamo finalmente, lasciando la creatura al suo spuntino.
Incontriamo diversi pesci leoni comuni (Pterois volitans), di circa venti centimetri ciascuno: la loro colorazione d'avvertimento rossa e biancastra  splendida e le spine dorsali e pettorali sono lunghissime. Nuotano lentamente rasenti il fondale corallino e cerco di non avvicinarmi troppo. Se disturbati, tendano a essere piuttosto aggressivi. Le punture non sono fatali, ma possono causare dolore estremo per parecchie ore, se non giorni. I rimedi sono gli stessi di quelli descritti precedentemente per i pesci scorpione. Conto cinque pesci leone in tutto, che girano in cerchio intorno a un ramo di gorgonia a ventaglio.
La corrente rinforza da ovest e noi scendiamo sulla parete orientale. Claudio fa cenno di allontanarci nel blu, per osservare l'arco naturale a sessanta metri, ci indica anche il blocco di roccia a parallelepipedo posto esattamente sotto la volta naturale. Incredibile, sembra scolpito a mano con angoli ben fatti, ricorda proprio una sorta di sarcofago da faraone egiziano.
La corrente nel blu  molto forte e noi torniamo verso la parete. Osservo verso l'alto e il panorama mi mozza il fiato: la struttura tronco-piramidale dell'isola sommersa  splendida, una sorta di mondo perduto. La colorazione verdastra e giallastra  rotta solo dal blu scuro del mare aperto, dove getto sguardi alla ricerca di pesci martello o longimanus di passaggio, ma niente: questo regalo finale non vuole arrivare. Pazienza.
Arriva per un'altra tartaruga, molto pi grande della precedente, con un carapace enorme. Arriva planando lungo la parete scoscesa, dall'alto. Sembra un aereo in fase di atterraggio, mi passa davanti, le lunghe pinne mi sfiorano quasi. Il rettile atterra sui coralli e inizia a strapparne alcuni con il becco affilatissimo. Mi accontento della ripresa in planata, Sigfrido e Marianna attaccano come cacciatori fotografici la creatura marina. Proseguo oltre con gli altri e dedico le mie attenzioni videografiche a un grosso pesce balestra titano, che passa esattamente tra me e Claudio e scende in profondit, verso la sua tana madreporica.
Arriviamo a un gigantesco ramo di gorgonia verdastro, dal diametro di quasi quattro metri. Fabrizio  in testa e mi indica dei pesci che riconosco dopo un po' di osservazione: pesci falco. Purtroppo la specie mi sfugge perch la ripresa non  ottimale, comunque questi pesci hanno preso dimora del grande ramo di gorgonia e non intendono abbandonare il loro territorio, dove possono tendere agguati alle loro prede preferite: gamberetti e piccoli pesci.
Due magnifiche cernie del corallo (Cephalopholis miniata) escono da una rientranza nella roccia, sono bellissime e dalla colorazione accesa, con puntini bianchi. Spariscono sotto, nel profondo della loro cavit.
Ci avviciniamo alla superfcie, circa quindici metri, e oltrepassiamo verso il lato occidentale del reef, per tornare verso il nostro punto ancoraggio, l'immersione  praticamente terminata.
Incomincio ad avvertire una strana sensazione mentre mi avvio alla scaletta poppiera dell'Alpha Librae, gioia mista a tristezza, non saprei identificarla con precisione. Generalmente mi prende ogni qual volta sto nella fase terminale di un viaggio; anche le altre volte che andai in Africa la avvertii chiaramente.
Ecco forse  Mal d'Africa. Ripenso a tutte le avventure di questi giorni, le creature ammirate, gli splendidi paesaggi sottomarini, la magnifica compagnia a bordo.
Unica pecca di questa immersione  che non vi  traccia di squali (molto strano rispetto ai resoconti di altri sub), speravo davvero tanto di incontrarne uno per un ultimo saluto; tuttavia il grande longimanus del giorno precedente  stato un ottimo ambasciatore del mondo marino, che mi ha lasciato un marchio indelebile nella mia mente.
Spero davvero che questi paradisi sommersi rimangano tali, ma purtroppo so che non  cos, specialmente nell'immediato futuro, basti considerare che gli squali sono depinnati e cacciati anche in queste lontane isole disabitate. La natura  stata stuprata, e lo  tuttora, e pochi di noi riescono a opporsi a questa carneficina in diretta, non solo per gli squali, ma per tantissime migliaia di specie su tutto il nostro pianeta.
L'Homo sapiens crede di essere il dominatore indiscusso nella natura, soggiogando e uccidendo persino i suoi simili. Ci sono persone che credono di essere montagne rispetto ad altre che giudicano granelli di sabbia: ma quanto pu dare fastidio un granello di sabbia in un occhio?
La natura  il posto in cui viviamo, il mare  un elemento vitale nelle nostre esistenze e se non lo proteggiamo, pagheremo gravi conseguenze, come quelle dovute alla plastica e alle microplastiche. I danni sono incalcolabili.
Fra qualche anno c' il rischio concreto che animali maestosi, come il grande squalo bianco, spariscano per sempre dalla faccia della Terra, per non parlare degli elefanti africani, delle balene e di tante altre specie.
La natura ha davvero il potere di strabiliare:  un pensiero limpido e fresco, poich se noi umani apriremo un dialogo con essa, ne saremo ripagati nel profondo del nostro cuore.
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FINE.
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RINGRAZIAMENTI.
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Desidero ringraziare la mia famiglia, punto fermo nella mia vita, che ha appoggiato subito questo mio progetto letterario.
Voglio ringraziare tutti i miei compagni di viaggio: Marco Turt, Fabrizio de Luca, Enzo Mucci, Enzo De Marco, Gioele Cirone, Sigfrido Perfetto e Marianna Sansone. Con loro ho passato giornate indimenticabili, un vero viaggio nel blu, di cui porter il ricordo nel cuore.
Un profondo ringraziamento all'amico di vecchia data Flavio Fontana, editor e primo lettore di tutto ci che scrivo sin dal 2010. I suoi consigli, derivati dal suo occhio letterario e dalla sua grande esperienza in mare come velista e subacqueo, sono preziosissimi per i miei scritti. Ringrazio anche la sua famiglia, mostratasi gentilissima in molteplici occasioni.
Uno speciale ringraziamento a Marcello Di Francesco, fotografo e subacqueo di fama internazionale, che ha gentilmente concesso la foto di copertina. Vi consiglio di visitare il suo sito www.marcellodifrancesco.com, rimarrete sbalorditi.
Un ringraziamento a tutto lo staff che ci ha guidato in queste difficoltose immersioni con gli squali e le altre creature del mare, in condizioni meteo marine davvero non proprio semplici. La loro esperienza  stata di vitale importanza.
Purtroppo abbiamo appreso la notizia che l'imbarcazione che ci ha accompagnato (per motivi di privacy nel presente testo rinominata Alpha Libra)  affondata nell'autunno 2018 a seguito di una forte tempesta. Fortunatamente l'equipaggio e le guide sono stati tratti in salvo a Marsa Alam, in Egitto.
In ultimo desidero mandare un grande abbraccio ai miei nonni, ormai scomparsi, di cui ne porto un ricordo immenso; cerco di seguire ancora oggi i vostri saggi consigli.
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FINE.